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Gv 6,51-58
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore

 

COMMENTO AL VANGELO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180819.shtml

Col passare dei secoli molte parole hanno cambiato di senso: occorre tenerlo presente, ad esempio leggendo il vangelo di oggi. Il discorso che ci viene proposto da alcune domeniche, il discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, prosegue oggi con un brano (Giovanni 6,51-58) che insiste sul concetto-chiave: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno".

Invitando gli uomini di duemila anni fa a cibarsi della sua carne, Gesù non intendeva invitare all'antropofagia, neppure in senso simbolico; il termine "carne" designava una persona vivente (per dire che il Figlio di Dio si è fatto uomo, lo stesso evangelista usa l'espressione "Il Verbo si fece carne"). Mangiare di lui significa stabilire un'intima connessione con lui, una comunione di vita, un'amicizia profonda nel senso che a questo rapporto tra gli uomini davano anche i pagani: ?idem velle idem nolle?, diceva Sallustio, cioè due sono amici quando vogliono le stesse cose e non vogliono le stesse cose.
All'amicizia con lui, Gesù ha dato la forma visibile e sensibile dell'Eucaristia: che è dunque l'espressione da parte sua dell'offerta-invito a condividere la sua vita, a fare nostri i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la sua volontà, le sue prospettive per il futuro. Ecco perché nella celebrazione dell'Eucaristia, cioè nella Messa, la comunione è preceduta dal memoriale del suo sacrificio redentore e, prima ancora, dall'ascolto della sua Parola: per conoscere chi è, che cosa ha fatto e che cosa continua a dire Colui che si va ad accogliere sotto le specie del Pane, per vivere in pienezza la relazione con lui.
"Mangiare la carne" del Figlio di Dio comporta dunque anche non pretendere di essere più intelligenti di lui, di sapere meglio di lui come condurre la nostra vita; comporta il fare nostra la sua sapienza, che entrando nel mondo egli ha messo così largamente a nostra disposizione. Lo dice anche la prima lettura (Proverbi 9,1-6), con una plastica personificazione della Sapienza divina, immaginata costruirsi una casa tra gli uomini e invitarli a un generoso convito: "La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: ?Chi è inesperto venga qui!' A chi è privo di senno ella dice: ?Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell'intelligenza'".
Alla saggezza accenna anche la seconda lettura (Efesini 5,15-20): "Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi". E a queste parole l'apostolo Paolo aggiunge un esempio, una delle possibili concrete applicazioni: "...da saggi, facendo buon uso del tempo".
A proposito dell'uso del tempo: è proprio vero, pregi e difetti degli uomini non hanno età, nel senso sia che si riscontrano in ogni stagione della vita, sia che riguardano gli uomini d'oggi come quelli di duemila anni fa. Spesso non lo si percepisce, ma il tempo è un valore, e non banalmente per il detto popolare che il tempo è denaro. Il tempo è come un baule vuoto che ci è stato donato; dipende da noi che cosa metterci dentro: se nulla, se cose positive, se cose negative. Dando per scontata la seconda e la terza ipotesi, non sempre si considera la prima: a fronte delle tante belle cose che si possono fare, quanto tempo va perduto! Quante chiacchiere a vuoto, quante ore davanti alla tivù, quante letture frivole, quanti sbadigli! All'epoca di Paolo c'era evidentemente chi del tempo non faceva buon uso: il richiamo vale intatto anche duemila anni dopo. Almeno, per chi cerca la saggezza.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 6,41-51
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore

 

Omelia a cura dei "Missionari della Vita" ricavata dal sito http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180812.shtml :

 

Siamo ancora nella sinagoga di Cafarnao. Gesù ha appena detto di essere lui il pane vivo disceso dal cielo. E i giudei mormorano: ma che dice? come fa ad essere lui il pane del cielo? E poi lui viene dalla terra: conosciamo i suoi genitori! 

Mormorare è il verbo biblico tipico dell'incredulità di Israele nel deserto durante la marcia dell'Esodo: esprime crisi della fede, dubbio, lamentosa sfiducia. Vocaboli che esprimono l'atteggiamento di chi si appiglia a tutto, anche alla banalità, pur di non aprirsi alla fede.

Gesù sente attorno a sé fredda ostilità e scetticismo: è l'atteggiamento dell'Israele incredulo del deserto che ora si rinnova. Gesù anzitutto dice loro: non mormorate. Vale per tutti, sempre! Come a dire: non chiacchierate tra voi e dentro di voi, non riempitivi di vuote parole, non fermatevi a ciò che pensate di sapere e non assolutizzate i vostri dubbi che spesso sono solo una scusa per non aprirsi alla Verità. Non è solo lo sforzo personale di interpretazione delle parole di Gesù che le farà comprendere, ma una chiamata del Padre: ?nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira? (cf. Mt 16,17).

Per andare oltre questa incredulità è necessario aprirsi all'azione del Padre che ci istruisce agendo nell'intimo del cuore, chiamandoci ad una libera risposta: ma quante volte, per paura di cambiare o per orgoglio preferiamo non scendere nel cuore e diciamo ?no? a priori, nascondendoci dietro banali pregiudizi. Se i giudei desisteranno dalla loro mormorazione, che è indicativa del loro rifiuto di credere, e si apriranno alla mozione di Dio, egli li attirerà a Gesù... li renderà capaci di credere in Lui e quindi di possedere la vita eterna (J. Brown).

Gesù parla di attirare: Attirare è la parola dell'attrazione amorosa e interiore; essa descrive quella scintilla che s'accende tra due persone quando nasce l'amore. In Geremia Dio ha detto: Io ti ho attirato con la dolcezza(Ger 31,3). Il Padre ci attira a sé con l'amore, con quell'amore folle capace che ha spinto Gesù a farsi uomo e a dar la vita per noi morendo sulla croce. Dio Padre attira nell'intimo ogni uomo alla Verità piena, a Gesù. Ma ci vuole il coraggio di ascoltare e aprirsi a lui: ecco l'esperienza meravigliosa della fede. A chi vive questa esperienza, che è quella della fede, si apre un orizzonte straordinario: ?chi crede ha la vita eterna?. 


La manna mangiata nel deserto dal popolo d'Israele non lo salvò dalla morte. Era un pane donatogli da Dio, figura di un altro vero pane che Gesù ci ha portato. Il pane vivo disceso dal cielo, che dà la vita eterna, è Gesù stesso, il suo Corpo e il suo sangue che riceviamo nell'Eucaristia, la sua Parola che nutre la fame di Verità. Sì, è questo il pane che ci dà la vita eterna, la stessa vita divina: attraverso il pane eucaristico, noi entriamo nella vita di Dio, partecipiamo del suo essere, lui viene dentro di noi, trasformandoci in lui. È qui il di più, il segreto per affrontare anche ogni sfida della vitaQuante volte, specialmente quando affrontiamo problemi seri, ci piangiamo addosso, scontrandoci con i nostri limiti, non vendendo più alcuna via d'uscita. Tanta gente si fa del male con scelte autodistruttive perché non riesce a vedere oltre la propria debolezza: tante persone purtroppo pongono fine al loro matrimonio pensando non ci sia altra soluzione; o abortiscono perché pensano che da sole non ce la potranno fare; o lasciano il cammino di consacrazione arrendendosi alle prime difficoltà. Questo Vangelo grida: guarda che c'è una soluzione alla tua vita, c'è un cibo capace di nutrirti, di darti forza e speranza: apriti al Signore! E se ti apri a lui, scoprirai come Dio agisce in te ed è vicino a te, anche attraverso persone pronte ad aiutarti. Pensiamo alle anime consacrate, ai movimenti per la vita, ai cristiani ferventi pronti a darci una mano nel nome del Signore. Come l'angelo a Elia nella prima lettura, dobbiamo svegliare questa generazione, dicendo: non mormorare, non rinchiuderti nella tristezza. Se racchiudi l'orizzonte della vita entro le tue deboli forze, forse è vero: non ce la puoi fare. Ma se mangi quel pane celeste, avrai Dio in te e saprai andare oltre: oltre le difficoltà, oltre la morte stessa!

Gv 6,1-15

Distribuì a quelli che erano seduti quanto ne volevano.

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Parola del Signore

 

OMELIA DI MONS. ROBERTO BRUNELLI RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180729.shtml

Non c'è pace senza giustizia

Si è visto domenica scorsa Gesù commuoversi davanti alla folla accorsa a lui, paragonata a un gregge senza pastore, cioè bisognosa di una guida morale e spirituale. Il vangelo di oggi (Giovanni 6,1-15) esprime però anche la sua concretezza: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?" La domanda da lui rivolta all'apostolo Filippo è provocatoria: subito dopo egli compie uno dei suoi miracoli più noti, la moltiplicazione dei pani e dei pesci con cui sfama cinquemila uomini. Il prodigio è preludio - lo sentiremo le prossime domeniche - alla sua promessa di sfamare tutti gli uomini sul piano spirituale; ma realisticamente richiama l'attenzione sul fatto che a chi ha lo stomaco vuoto sarebbe vano fare bei discorsi: bisogna anzitutto soddisfare le sue necessità primarie. E' quanto da sempre fanno i missionari, che annunciano il vangelo ma insieme distribuiscono cibo, aprono scuole, fondano ospedali e ospizi. L'impegno dei missionari, tuttavia, per quanto encomiabile è una goccia nel mare del terzo mondo, dove milioni e milioni di persone soffrono letteralmente la fame, a fronte di quei paesi - tra i quali il nostro - che hanno i loro poveri, ma sono pur sempre in condizioni di incomparabile privilegio.
La sollecitudine di Gesù per la fame anche fisica della folla suona come un invito ai cristiani a prendere coscienza degli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo. "Mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi meno sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni. Il lusso si accompagna alla miseria. E, mentre pochi uomini dispongono di un assai ampio potere di decisione, molti mancano quasi totalmente della possibilità di agire di propria iniziativa o sotto la propria responsabilità, spesso permanendo in condizioni di vita e di lavoro indegne di una persona umana. Conseguentemente si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale e in tutti un mutamento nella mentalità e nelle abitudini di vita": sono parole del Concilio Vaticano II, difficili da smentire, anche semplicemente considerando quanto costa un solo aereo da guerra, o l'ammontare spaventoso degli sprechi alimentari.? Il vangelo invita i cristiani a impegnarsi per rimediare alle storture del mondo. Non da soli, ma anzi collaborando con quanti condividono le stesse ansie, e però ricordando che il loro operato sarà tanto più efficace quanto più saranno uniti tra loro, nel vincolo della fede comune. Illuminante in proposito è la seconda lettura di oggi (Lettera di Paolo agli Efesini 4,1-6): "Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti".Ogni commento a questo splendido brano sarebbe superfluo; sia consentita tuttavia una sottolineatura. Dio, che è Padre di tutti, opera per mezzo di tutti. I cristiani dovrebbero avere una forse maggiore consapevolezza di essere strumenti con cui Dio interviene nel mondo, seguendo le indicazioni che Egli ci ha lasciato. In rapporto a quanto detto sopra, tra le tante indicazioni basterebbero due delle beatitudini (Matteo 5,3-12): "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia", e "Beati gli operatori di pace".

Per giustizia si intende ciò che è giusto davanti a Dio, il quale è Padre di tutti e vuole che i suoi figli siano trattati tutti allo stesso modo. Se no, lo si è visto tante volte, sono guai: senza giustizia non ci può essere pace, né tra i singoli, né tra le classi sociali, né tra i popoli.

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore

 

Omelia di mons. Roberto Brunelli ricavata dal sito: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180722.shtml

La prima delle letture di oggi è tratta dal libro di Geremia (23,1-6). Parlando a nome del Dio d'Israele, il profeta minaccia guai ai cattivi pastori del suo popolo, e secoli prima che effettivamente si presenti preannuncia l'arrivo di un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, il quale a sua volta ne avrebbe mandati altri simili a lui.
La profezia, è facile capirlo, si è avverata con Gesù. Il brano del vangelo (Marco 6,30-34) per quanto breve consente di cogliere due volte l'atteggiamento di un autentico pastore, la sua sensibilità, la delicatezza dei suoi sentimenti, l'attenzione alla situazione difficile di chi si trova davanti.
La prima volta riguarda i suoi apostoli. Al ritorno dalla missione di cui abbiamo sentito domenica scorsa, essi gli riferiscono del loro impegno; egli ne avverte la fatica, e li invita: "Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'". Quale umanità! Gesù non tratta i suoi collaboratori come dipendenti da sfruttare, e se si stancano, peggio per loro. Vengono alla mente, per contrasto, le tante pagine della storia che parlano dell'asservimento cui sono stati sottoposti da altri uomini un numero incalcolabile di sventurati: gli schiavi, ad esempio. E la schiavitù non è morta, neppure in un paese che si ritiene civile come il nostro; basti pensare alle frequenti scoperte (ma quanti altri casi restano sconosciuti?) di laboratori clandestini, in cui sono segregati uomini e donne, anche giovanissimi, costretti a lavorare quindici ore al giorno e a trascorrere le altre nello stesso ambiente, senza mai uscire; basti pensare alle giovani straniere costrette, spesso con la violenza, al più degradante dei "mestieri". Quando l'uomo si lascia prendere dal demone del danaro o del potere non si ferma neppure davanti alle sofferenze dei propri simili, perde quel sentimento che è bene espresso da una parola derivata dal latino cristiano, compassione, cioè la capacità di farsi carico dei patimenti altrui.

"Venite in disparte, riposatevi un po'": Gesù e gli apostoli sono in riva al lago; salgono in barca, diretti a un approdo solitario, ma quando vi giungono trovano tanta gente che, intuendo le loro mosse, li ha preceduti. "Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose". Questo secondo esempio della sensibilità di Gesù non riguarda la fatica di chi ha bene operato, ma lo smarrimento di chi non sa come operare, il gregge disperso dei tanti uomini in cerca di una guida, di chi sappia dare alla loro vita un senso, una direzione, una meta. E' lo smarrimento di quanti si interrogano, senza trovare risposta, sul perché sono al mondo, sul perché del loro quotidiano tribolare, e allora o trascinano abulici i loro giorni, o si ingolfano in esperienze spesso deludenti quando non addirittura autolesionistiche, o si crogiolano in perpetui lamenti, o si chiudono in una malinconia che talora sconfina nella disperazione. O, magari, sono proprio quelli che pensano di motivare la loro esistenza cercando di dominare sugli altri.
Eppure, per uscire dalle secche la guida c'è. "Si mise a insegnare loro": chi ha accolto questi insegnamenti sta a dimostrare quanto siano saggi, anzi essenziali per la vita degli uomini; insegnamenti capaci di valorizzare il meglio della nostra umanità, di orientare a una vita piena e appagante, lontana tanto da illusori lustrini e paillettes quanto da deprimenti ombre e tenebre. La guida c'è; c'è il pastore, anzi il "buon" Pastore, per chi è tanto accorto da sceglierselo come guida. Un Pastore tanto sollecito da disporre, per tutte le generazioni, altri pastori incaricati di continuare la sua opera: sono i successori di quei primi da lui stesso inviati, e poi invitati a riposare. Riposare "un po'", per riprendere subito dopo, con nuova lena e rinnovata fedeltà, la missione ricevuta

 

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 6,7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.Parola del Signore

 

OMELIA DEL MOVIMENTO APOSTOLICO-RITO ROMANO RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180715.shtml

Secondo l'Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l'uno rialza l'altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C'erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione

 

Mc 6,1-6

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parola del Signore

OMELIA DI MONS. ROBERTO BRUNELLI ricavata dal sito http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180708.shtml
 
I tanti equivoci delle nostre parole
 
Potenza e limiti della parola. Usandola con proprietà, lo scienziato può trasmettere il sapere e consentirne il progresso; usandola con maestria, il poeta sa commuovere, esaltare, spronare, incantare; usandola con malizia, si può offendere o ingannare. Ma spesso scritti e discorsi non esprimono esattamente il nostro pensiero, o perché non sappiamo trovare le parole adatte, o semplicemente perché, almeno nella lingua che usiamo, non esistono. Di qui ambiguità ed equivoci a non finire.? Un esempio è dato dal vangelo di oggi (Marco 6,1-6), nel quale i compaesani di Gesù gli attribuiscono fratelli e sorelle; tanto è bastato, nel corso dei secoli, per indurre alcuni a basarvi una smentita della verginità di Maria: se oltre a Gesù ha avuto altri figli... Ma è un argomento debole, adottato più per attaccare la fede cristiana che per spiegare onestamente la Scrittura. In realtà chi studia le lingue sa bene che, mentre oggi si hanno termini precisi per indicare i diversi gradi di parentela e consanguineità, nel mondo antico, quando era fortissimo il senso di appartenenza a una famiglia o a una tribù, chi ne faceva parte - fosse cugino, zio, nipote, cognato - era considerato "fratello" di tutti gli altri. Perciò dire che un uomo, compreso Gesù, aveva fratelli non significa necessariamente che fossero figli della stessa madre.? Per curiosità: non è questa l'unica ambiguità del linguaggio antico. Sempre a proposito di Gesù, qualcuno ha creduto di rafforzare la tesi che avesse fratelli, appigliandosi al fatto che talora egli è detto 'Primogenito': dunque il primo, ma non l'unico figlio. La tesi è miseramente crollata quando in una tomba egizia si è scoperta la scritta relativa a una defunta, la quale "morì nel dare alla luce il suo figlio primogenito". Il primo non comportava dunque altri figli, ma lo si segnalava perché a lui competevano particolari diritti e doveri, un po' come nelle monarchie, dove spetta al primo nato raccogliere il titolo e l'autorità del genitore.? Anche un altro passo delle letture di oggi ha dato luogo a fraintendimenti. Nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto, Paolo tra l'altro scrive (12,7-10): "E' stata data alla mia carne una spina, un inviato di satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: 'Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza'".

Molti interpreti della Scrittura si sono chiesti che cosa fosse mai quella spina nella carne, e ne hanno dato le più diverse spiegazioni, dalle tentazioni di una disordinata sessualità a una malattia condizionante (è possibile, un disturbo agli occhi). Tuttavia, pur se una risposta certa non c'è, l'insieme dei passi in cui nei suoi scritti egli parla di sé induce a ritenere che la spina fossero i tanti ostacoli al suo ardente apostolato: impedimenti e persecuzioni dai nemici, incomprensioni dagli stessi fedeli, forse anche una salute non sempre ottimale. Ne paiono una conferma le parole seguenti: "Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo".L'ansia di adempiere al meglio la missione ricevuta gli faceva sentire come una spina tutti questi impedimenti; perciò ha chiesto ripetutamente di esserne liberato, sino a quando ha capito che se fosse riuscito a fare tutto quello che aveva in mente avrebbe corso il rischio di ritenerlo opera propria, e quindi peccare di superbia. Chi lavora per Cristo -- Paolo, i missionari, i sacri ministri, i catechisti e tutti i cristiani intenzionati ad essere suoi testimoni -- non devono aspettarsi senz'altro il successo, né deprimersi di fronte alle difficoltà. Gli basta sapere di essere nella grazia, cioè nell'amore, di Dio

 

 

"Cari figli! Questo è il giorno che mi ha dato il Signore per ringraziarLo per ciascuno di voi, per coloro che si sono convertiti e che hanno accettato i miei messaggi e si sono incamminati sulla via della conversione e della santità. Figlioli, gioite, perché Dio è misericordioso e vi ama tutti con il Suo amore immenso e vi guida verso la via della salvezza tramite la mia venuta qui. Io vi amo tutti e vi do mio Figlio affinché Lui vi doni la pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”. 

COMMENTO DI PADRE LIVIO:  http://www.radiomaria.it/archivio.aspx?cat=6eb7fe12-a65a-4d37-aa0d-7ac162854f84

Cari amici AMMP,

L’estate è finalmente arrivata!
Ciò significa che per molti è giunto un tempo di riposo in cui potersi dedicare con più fervore alla vita spirituale. Tra i numerosi ritiri che organizza la nostra Associazione, da due anni vi è anche quello a San Giovanni Rotondo poiché il presidente AMMP Bruno Cavallo ha avuto modo di conoscere e di entrare a far parte de “I servi della sofferenza”, di cui oggi vi parleremo in occasione del ritiro appena concluso nel mese di giugno e di quello prossimo che si terrà dal 22 al 26 agosto.

 

CHI SONO I SERVI DELLA SOFFERENZA? 

 

Parlando de “I servi della sofferenza” ci riferiamo ad una Famiglia Spirituale che è stata fondata dal sacerdote diocesano don Pierino Galeone il quale, seguendo il modello e l’ispirazione di P. Pio da Pietrelcina, ha voluto assumere per sé e per i suoi figli il servizio alla sofferenza come testimonianza di carità nei confronti dei fratelli. Per tutti i membri la sofferenza personale, associata alle sofferenze di Cristo, diviene strumento di sollievo e di redenzione del prossimo. La Famiglia ha cominciato a muovere i primi passi con la consacrazione dell’allora diciassettenne Giorgina Tocci, oggi Madre dell’Istituto, il 16 luglio 1957. L’Associazione “Servi della Sofferenza” comprende uomini e donne, chierici e laici, in una profonda comunione spirituale caratterizzata da uno specifico carisma. Tra questi vi è anche il presidente AMMP Bruno Cavallo.
Dal 25 dicembre 1993 la realtà dei Servi della Sofferenza è anche Istituto Secolare di diritto diocesano.

Infatti, Mons. Benigno Papa, Arcivescovo di Taranto, avendo ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede, ne ha riconosciuto l'originalità  carismatica e l’utilità pastorale.
Parlando di Istituto Secolare di diritto diocesano ci riferiamo ad un istituto di vita consacrata i cui membri, in una forma stabile di vita, professano i consigli evangelici nel mondo: la castità, liberamente scelta per il Regno dei cieli; la povertà, a imitazione di Cristo che, essendo ricco, si è fatto povero per noi; l’obbedienza, in spirito di fede e di amore a Cristo obbediente sino alla morte. Lavorano nel proprio ambiente, inseriti nei vari settori del tessuto sociale, per animare il mondo dello spirito evangelico, con una limpida testimonianza di vita cristiana e professionale, unitamente ad una generosa attività apostolica, impregnata della essenzialità del carisma.
I membri sacerdoti appartengono al presbiterio diocesano e sono soggetti all’autorità del Vescovo.

 

IL FONDATORE:

PADRE PIERINO GALEONE

 

 

 

Fondatore dell’Istituto Secolare Servi della Sofferenza è don Pierino Galeone

Nato a San Giorgio Jonico (TA) il 21 gennaio 1927 da Ciro e Grazia Perrucci, genitori di provata fede cattolica ed assidua pratica religiosa, fu battezzato nella Parrocchia S. Maria del Popolo il 24 aprile dello stesso anno. A cinque anni si accostò alla Prima Comunione e l’11 giugno 1933 ricevette la Cresima.Il sereno clima familiare e la sincera educazione cristiana, nutrita di opere buone e di preghiera, favorirono rapidamente la presa di coscienza della sua vocazione sacerdotale.A dieci anni entrò nel Seminario Arcivescovile Minore di Taranto e a quindici passò a quello Regionale di Molfetta. In questo periodo una grave malattia compromise seriamente la sua presenza in Seminario e modificò inaspettatamente la sua vicenda biografica. In questa difficile situazione, infatti, decise di recarsi nel luglio 1947 a S. Giovanni Rotondo per ottenere dal frate stimmatizzato la guarigione. L’intervento di Padre Pio da Pietrelcina si rivelò decisivo. Il giovane Pierino recuperò repentinamente la salute, confortato dalla promessa del Santo di divenire sacerdote. Il 2 luglio 1950 fu ordinato sacerdote nella Parrocchia Maria SS. Immacolata, a S. Giorgio Jonico. Nel 1952 iniziò il suo ministero pastorale nella Parrocchia S. Maria del Popolo in S. Giorgio Jonico, prima come viceparroco, poi come vicario economo e, quindi, dal 9 ottobre 1955, come parroco. La sua attività apostolica è stata sempre rivolta alla particolare cura delle anime a lui affidate, soprattutto dei giovani, attraverso la direzione spirituale, l’attenzione alle vocazioni sacerdotali, l’assistenza alle organizzazioni laicali, la carità verso gli ammalati e i poveri. In questo contesto apostolico vanno collocate le origini dell’Istituto “Servi della Sofferenza”. Diversi fattori contribuirono alla maturazione del progetto di fondazione di una nuova famiglia spirituale: il ministero della predicazione e della direzione  spirituale verso giovani aperti alla chiamata del Signore, la profonda attrazione verso la spiritualità di Padre Pio, le numerose vocazioni giovanili, segno della benevolenza del Signore, l’incoraggiamento dei propri Vescovi. Tra questi elementi si impose in modo particolare la sua personale ispirazione a compiere tale opera.La spiritualità di don Galeone è simile a quella del suo maestro, Padre Pio da Pietrelcina. La preghiera scandisce costantemente le sue giornate. Grande è la sua devozione alla Madonna, umile e instancabile, porta a tutti il dono della sua parola efficace, per comunicare Cristo tutto intero. Spinto dal suo ardore apostolico, viaggia spesso recandosi anche in nazioni lontane per annunciare la ricchezza e l’efficacia del carisma dei Servi della Sofferenza.

Per altre info il loro sito è: http://www.servidellasofferenza.org/cspp/s2magazine/index1.jsp?idPagina=22

 

COME SI SVOLGONO I RITIRI

 

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Siamo molto grati e contenti dell’accoglienza che ci hanno dimostrato fin da subito nella loro grande famiglia! 

Le giornate sono scandite da Lodi, Vespri, Compieta e Confessioni. Il pranzo e la cena sono momenti comunitari in cui si conoscono  persone nuove e si ritrovano volti conosciuti avendo modo di socializzare e stare in compagnia. Molto profondi ed edificanti i momenti di riflessione di gruppo riguardo alle meditazioni quotidiane di don Pierino Galeone e quelli guidati direttamente dal Padre (quando impossibilitato a recarsi di persona, poiché ormai anziano e con problemi di salute, si collega in videoconferenza). Infine ricordiamo l’Ora di adorazione notturna da mezzanotte all’una.

 

 

 

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 5,21-43

Fanciulla, io ti dico: Àlzati!

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.

Commento al Vangelo a cura di don Fabio Rosini estratto dal sito: commento-al-vangelo-di-domenica-1-luglio-2018-don-fabio-rosini

DAL PROFONDO DELLA NOSTRA DEBOLEZZA

In questa domenica abbiamo due storie incrociate: un padre che sta vedendo la sua figlia dodicenne morire e una donna che da dodici anni patisce emorragia. Le due storie si incastrano e si illuminano fra loro, e il numero dodici ritorna come una costante che illumina i drammi che vengono raccontati. Quali? Quello di un uomo che vede sua figlia morire sulla soglia della vita feconda – dodici anni erano l’età canonica per iniziare la trattativa verso il matrimonio, corrispondendo comunemente all’inizio del ciclo mestruale – e quello di una donna ferita nella sua fecondità, che non può diventare madre.

Uno è nientemeno che il Capo della Sinagoga, ma il suo essere tale non lo aiuta a nulla: sua figlia sta morendo, e il suo ruolo nella struttura religiosa si mostra inutile. L’altra è una donna distrutta più dalle cure che dal male che la umilia come donna e che la tiene in stato rituale di impurità, secondo le leggi del suo popolo. Entrambi pensano a gesti concreti: il padre chiede a Gesù di imporre le mani alla sua figlioletta e la donna spera di toccare le sue vesti.

Imporre le mani è il gesto tipico della benedizione paterna, e Giàiro fa una cosa inusuale: passa la sua paternità a Gesù, riconosce che come padre dovrebbe saper dare la vita a sua figlia, ma non lo sa fare.

Toccare una donna in stato impuro era vietato, ma questa donna vuole andare oltre le regole, e toccare le vesti è il contatto con qualcuno di diverso da tutti coloro che hanno affrontato la sua malattia e l’hanno solo espropriata e fatta soffrire. La religione è inutile per Giàiro. La sapienza umana dei medici ha fallito con questa donna. Ma c’è un terzo personaggio: la folla, la gente, che stringe Gesù, che rende difficile il contatto per la donna e che irride Giàiro nella sua fede e lo scoraggia ad appellarsi a Lui. La gente che stringe, urla, piange, schernisce, strepita con il suo trambusto.

OLTRE LA FORZA DELLA FOLLA

Chi riuscirà ad arrivare a Gesù, a conoscerne la potenza, a vedere la sua guarigione, saltando la forza della folla? Chi ha capito di non avere soluzioni, come questi due, chi sa di non avere più coerenze religiose da sfoderare, chi ha compreso l’inganno e i limiti della sapienza umana. Un padre disperato, una donna impoverita e sofferente.

Bisogna saper andare oltre la folla, oltre la sapienza umana, oltre la struttura religiosa. Perché Gesù vuole dialogare di persona con questa donna, e caccia via la gente dalla casa per restare con questa bambina e la sua famiglia. Gesù cerca una relazione personale, diretta, intima. Per dare una vita diversa da quella del mondo, per renderci fecondi, per guarire le nostre paternità.

Abbiamo bisogno di pescare nel tesoro prezioso dei nostri fallimenti, delle nostre angosce per toccare e farci toccare da Gesù. Chi prega? Chi conosce il proprio vuoto e invoca Dio dal profondo della propria debolezza. Chi tocca il Signore? Chi ha già sofferto troppo per continuare a illudersi con le trovate dei medici umani.

Beati i poveri in spirito. Di essi è il regno dei cieli.

 

FORMATO AUDIO: https://www.youtube.com/watch?v=GR3HsY0UexE

 

Cari amici AMMP, 

condividiamo con voi la storia del prozio del presidente Bruno Cavallo, nato al Cielo sei anni prima che lui nascesse, ma grande esempio di fede e di vita per lui e per tutta la sua famiglia. 

Padre GIACOMO CAVALLO 1890-1952

 

Padre Giacomo Cavallo nacque a Prunetto (Cuneo) il 16 luglio 1890.

Nel paese, che oggi ricorda l'illustre figlio e grande missionario con una via dedicata al suo nome, il piccolo Giacomo trascorse gli anni dell'infanzia e fanciullezza, apprendendo dai suoi buoni genitori, Giovanni Cavallo e Maddalena Bertola, l'amore al dovere.    

All'età di 14 anni entrò nelle Scuole Apostoliche presso il Santuario di Mondovì. 

Vestì l'abito chiericale il 2 giugno 1907, e al termine del ginnasio, presentato dal Rettore Rev. Don Airaldi, il 2 novembre 1908 venne accettato nel nostro Istituto.
Emise il primo giuramento decennale il 18 dicembre 1909 e lo rinnovò in perpetuo nella stessa data del 1919. Ricevette il sacro Presbiterato da S. Em. il Card. Agostino Richelmy il 6 giugno 1914.
Durante la prima guerra mondiale venne mobilitato, e servì la patria in vari ospedaletti da campo e territoriali dal 1° giugno 1915 al 29 giugno 1918.

Congedato espressamente per essere inviato in missione, il 25 gennaio 1919 partì per il Kenya, donde, nel marzo successivo, proseguì per la missione di Iringa.

Faceva parte, con i PP. G. Ciravegna e D. Vignoli, guidati dal P. G. Panelatti, della prima spedizione di nostri missionari destinati, a prendere il posto dei Benedettini tedeschi che erano stati deportati a causa della guerra.
Lavorò nelle Missioni di Tosamaganga (1919-1922), Madibira (1922), Njombe nell'Ulanga (1922-1925).

Nel giugno 1925 passò in Somalia, che nel 1924 era stata affidata all'Istituto.

Svolse la sua attività nelle Scuole di Mogadiscio, nella Missione di Villabruzzi e nella fattoria di Casal d’Africa.

Nel novembre 1926 rientrò alla sua Njombe in Iringa. Vi rimase fino al 1930 e passò in seguito a lavorare a Tosamaganga.

Nel 1933 successe al P. Domenico Ferrero nella carica di Superiore Delegato per i Missionari della regione divenuta Prefettura;e alla morte del Prefetto Mons. F. Cagliero (23 ottobre 1935), per mandato di S. E. Mons. A. Riberi, Delegato Apostolico, aggiunse alla precedente carica quella di Vicario Delegato- che esercitò fino alla presa di possesso della Prefettura da parte di Mons. A. Beltramino • (18 febbraio 1936).

Nel 1939 partecipò al 2° Capitolo generale dell'Istituto in cui venne eletto Consigliere generale, e come tale partecipò pure al 3° Capitolo del 1949.

L'anno seguente, il l° gennaio 1950, fu inviato a Palermo in aiuto ai Confratelli addetti alla Chiesa di S. Matteo; ma dall'Arcivescovo della città S. Em. il Card. Ruffini, venne incaricato della predicazione dei Ritiri ai Sacerdoti, e designato Direttore spirituale del Seminario Maggiore, ove prese dimora. Qui, per carcinoma al fegato, chiuse la sua giornata il 31 maggio 1952.CDopo i funerali svoltisi nella Chiesa di S. Matteo e riusciti imponenti per la partecipazione dei Seminaristi, di rappresentanze di Ordini e Congregazioni religiose della città e di numerosissimi fedeli, la salma del P. Cavallo ebbe sepoltura nella tomba privata di una famiglia amica, nel cimitero di Sant'Orsola di Palermo.

P. Cavallo fin da studente si distinse per la sua applicazione e riuscita. Aveva una particolare attitudine per le scienze naturali, ed a lui si deve la prima sistemazione del museo di Casa Madre, che poi sempre ebbe a cuore e incrementò inviando materiale dalle Missioni.Scrisse articoli per la Rivista «Missioni Consolata», un buon numero di manoscritti inediti di vita missionaria e di appunti per la buona formazione del Clero indigeno.

Soprattutto ci lasciò luminosi esempi di virtù apostoliche e religiose.

La sua vita missionaria fu quella del pioniere. Per molti anni la visse in modo veramente eroico nella disagiata, malsana e lontanissima regione dell'Ulanga, e quando la ripresa del lavoro apostolico, dopo il disastro della prima guerra mondiale, era agli inizi.


Pur in mezzo a difficoltà di vario genere, animato com'era da zelo ardente per il bene di quelle popolazioni, P. Cavallo non perse mai la sua giovialità e la sua pazienza. Amava gli africani e generosamente si sacrificava per la loro conversione, e quando battezzati, per la loro perseveranza nella vita cristiana con la pratica delle virtù e la frequenza dei SS. Sacramenti.
Negli anni che trascorse in Africa ebbe una cura particolare del Convento delle Suore Teresine, preparandone la realizzazione con il compianto Mons. Cgliero, e coadiuvando costantemente e con grandissimo impegno il successore Mons. A. Beltramino.
Auspicò sempre una formazione soda e completa dei collaboratori africani, in modo particolare dei seminaristi e dei maestri catechisti, convinto che solo per mezzo di molti di loro si potrà far fronte all'invasione mussulmana e protestante e guadagnare l'intera Africa a N. S. Gesù Cristo.
P. Cavallo ebbe a soffrire nella sua vita per non vedere realizzato, nelle opere e negli individui, quanto il suo ottimismo gli faceva credere di facile conseguimento; ma i suoi progetti tornarono utili per un più approfondito studio delle questioni; ed il lato buono dei medesimi non mancò di consolanti e fruttuosi risultati. A tutti faceva larga parte della sua esperienza quanto gli era possibile.


Negli anni del suo apostolato in Africa e in quelli che trascorse in Italia fu sempre il religioso che, convinto della sua sublime vocazione, ha di mira la propria santificazione. Scriveva al Padre Fondatore: << Uno spirito di sacrificio, di mortificazione bene inteso, profondamente radicato in cuore e amato, mi è parso una delle doti più necessarie a un vero missionario » (21 gennaio 1920).
Figlio affezionatissimo del Can. Allamano inculcava ai Confratelli gli insegnamenti del Padre, e li traduceva in pratica nella sua vita quotidiana. Lo testimoniavano la sua sentita pietà e viva fede; il rispetto e la sottomissione al Superiore dal quale dipendeva scrupolosamente nel suo operare; la fedeltà nell'osservare la regola abbracciata, nel domandare, con spirito di santa indifferenza fino agli ultimi giorni di sua vita, i permessi prescritti.
La sua morte fu degno coronamento della sua santa vita. Con piena lucidità di mente e consapevolezza della sua imminente fine, attese sereno la chiamata di Dio. Preghi la Madonna — gli diceva il Confratello che l'assisteva — siamo all'ultimo giorno del mese di maggio; chieda alla SS. Consolata la. grazia di guarire. No, non forziamo, — rispondeva — quello che vuole la Madonna è sempre il meglio per noi. 
Domandò egli stesso e ricevette con edificante pietà i SS. Sacramenti, rispondendo alle preghiere del sacerdote e alle giaculatorie che dai presenti gli venivano suggerite.

Mostrò profonda gratitudine ai sacerdoti che l'assistevano, al suo confessore P. Onorio dei Carmelitani, al quale, poche ore prima di morire, volle ancora fare l'ultima sua confessione; a S. Em. il Cardinale Arcivescovo, venuto a visitarlo- per portargli con la sua, la Benedizione del S. Padre.
Col sorriso sulle labbra spirò nel bacio del Signore.
La Madonna Mediatrice di tutte le Grazie, che P. Cavallo nelle conferenze tenute a Torino ai Legionari di Maria tanto aveva celebrato adorna di questo singolare privilegio, nel giorno della sua festività concedeva a questo suo devoto la grazia finale di una santa morte, e ne introduceva l'anima bella nel Regno della luce e della pace.

RIFERIMENTI:

Ufficio Anagrafe.

« Bollettino Ufficiale , - n. 15.

« Missioni Consolata » - luglio 1952. « Da Casa Madre » - luglio 1952. Manoscritti del Defunto.

Appuntamenti

Mer Ago 22 @08:00
Ritiro dei "Servi della Sofferenza" a San Giovanni Rotondo
Appuntamenti Ammp
Ven Ago 24 @08:00
Pellegrinaggio a Medjugorje -sede di Buronzo
Appuntamenti Ammp
Lun Ago 27 @08:00
Pellegrinaggio in Terra Santa e Giordania
Appuntamenti Ammp
Sab Set 01 @08:00
RITIRO SPIRITUALE SUL "DIVIN VOLERE" -sede di Buronzo
Appuntamenti Ammp
Lun Set 10 @08:00
Incontro di preghiera-sede di Torino-
Appuntamenti Ammp

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