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Messaggio di Medjugorje del 25 dicembre 2017

"Cari figli!

Oggi vi porto mio Figlio Gesù, affinché vi doni la Sua pace e la Sua benedizione. Figlioli, vi invito tutti a vivere e testimoniare le grazie e i doni che avete ricevuto. Non temete! Pregate affinché lo Spirito Santo vi dia la forza di essere testimoni gioiosi e uomini di pace e di speranza.

Figlioli siate benedizione.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

 

Commento di Padre Livio (Radio Maria) - riassunto estratto dall’originale in formato audio ricavato da www.radiomaria.it



Anche questo Natale, come ogni Natale, la Madonna è venuta con Gesù bambino in braccio: questo è il Natale; la venuta del Figlio di Dio nel mondo!
La Madonna ci porta il Signore.
Nella Sua fragilità disarmata di bambino appare quasi incredibile che ci sia tanto odio contro di Lui, contro il presepio e contro tutto ciò che Lo ricorda.
Questo Bambino è il cristianesimo, è la persona viva del membro incarnato.
Questo Bambino è la nostra fede!
La Madonna Lo dona anche oggi, fino alla fine dei tempi a coloro che Lo vogliono accogliere.
Lui è venuto per ridarci la dignità di figli di Dio, per aprirci le porte del Paradiso.
Gesù è la nostra pace, Colui che ci rende tutti fratelli!
Gli uomini possono avere la pace con Dio e nei loro cuori soltanto accogliendo Gesù.
La Madonna ci indica sempre Gesù. Ci dice che è Lui l’Amore! Ci dice di trovarLo nella preghiera e con la fede. Inoltre ci dice che dobbiamo testimoniarLo  e portarLo  agli altri così come ha fatto Lei che lo ha accolto e lo ha donato a noi.
Riflettiamo sui doni che abbiamo ricevuto: in questo Natale abbiamo ricevuto Gesù! Lui ci ha donato il perdono, la pace, l’amore.
Inoltre ci dice “Non temete”. Queste parole che troviamo nel Vangelo di Natale e in tanti passi nel Vangelo e che ci rimandano anche a Giovanni Paolo II con il suo “ Aprite le porte a Cristo!”
Questo perché noi abbiamo paura di questo mondo che vediamo essere nelle mani del male: ondate di male si riversano sulla Terra, ma non dobbiamo aver paura di professarci cristiani!
Dobbiamo essere come ci dice la Madonna uomini di pace e di speranza.
Dobbiamo pregare lo Spirito Santo che ci dia la forza.
La Madonna ci dice di superare la paura e chiedere allo Spirito Santo di avere la forza in modo da non essere imboscati nella nostra vita, ma testimoni gioiosi.
Così la Verità trionferà gioiosamente!
Quando siamo cattivi e seminiamo l’odio siamo una sciagura per gli altri e per l’umanità invece dobbiamo essere la Benedizione di Dio per l’umanità! Affinché gli altri possano dire “quanto bene fa questa persona” , “menomale che c’è questa persona”, “quanta pace trasmette”… questi sono complimenti!  Non “quanto è intelligente” o altro.

La Madonna è qui perché il principe di questo mondo vuole distruggere la fede, la speranza, la Chiesa, l’umanità.

Noi dovremmo sentirci questa battaglia quotidiana fatta di coerenza, fedeltà, bontà, preghiera.

La Madonna ci riporta al cuore della fede che è suo figlio Gesù.

 


Appuntamenti e notizie

 

  1. Abbiamo instaurato un’affiliazione con Amazon! Sul nostro sito è disponibile una lista di libri consigliati, che verrà aggiornata periodicamente. Comprando uno o più libri o e-book tra quelli proposti il 7% del costo di ciascuno verrà accreditato alla nostra associazione e devoluto a famiglie in gravi difficoltà economiche di Torino. Per acquistare i libri è indispensabile andare sulla nostra pagina FACEBOOK e cliccare sul link che conduce ad Amazon e che posteremo accanto al libro, anziché comprarlo direttamente su Amazon. Per informazioni riguardo al progetto è possibile scrivere ad Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. o telefonare a  Sara Foradini (3884951103).

  2. Invitiamo gli amici a seguirci sulla nostra pagina FACEBOOK per scoprire tutte le novità in arrivo.

  3. Sabato 3 febbraio  dalle ore 8.30 alle ore 20.30 la sede di Torino organizza una “raccolta alimentare” in favore di famiglie e persone anziane in gravi difficoltà economiche.  La raccolta verrà fatta davanti ad oltre 60 supermercati di Torino e provincia. Per info: Bruno Cavallo (3356899995).

  4. Lunedì 12 febbraio incontro di preghiera in Via Crea, 27 a Grugliasco (To) alle ore 18.30 ci sarà la recita del S. Rosario e alle ore 19.00 la celebrazione della S. Messa. Per info: Roberto Di Dio (3382471262) e Bruno Cavallo (3356899995).

 


MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA

LI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2018

Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace

(sintesi)

 

Pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra! La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale, è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza. Tra questi, che porto nei miei pensieri e nella mia preghiera, voglio ancora una volta ricordare gli oltre 250 milioni di migranti nel mondo, dei quali 22 milioni e mezzo sono rifugiati. Questi ultimi, come affermò il mio amato predecessore Benedetto XVI, «sono uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». Per trovarlo, molti di loro sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta.

 

Con spirito di misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale…

Siamo consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura. Accogliere l’altro richiede un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate. Praticando la virtù della prudenza, i governanti sapranno accogliere, promuovere, proteggere e integrare, stabilendo misure pratiche, «nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, per  permettere quell’inserimento». Essi hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurare i giusti diritti e lo sviluppo armonico, per non essere come il costruttore stolto che fece male i calcoli e non riuscì a completare la torre che aveva cominciato a edificare.

 

In vista del Grande Giubileo per i 2000 anni dall’annuncio di pace degli angeli a Betlemme, San Giovanni Paolo II annoverò il crescente numero di profughi tra le conseguenze di «una interminabile e orrenda sequela di guerre, di conflitti, di genocidi, di “pulizie etniche”», che avevano segnato il XX secolo. Quello nuovo non ha finora registrato una vera svolta: i conflitti armati e le altre forme di violenza organizzata continuano a provocare spostamenti di popolazione all’interno dei confini nazionali e oltre.

Ma le persone migrano anche per altre ragioni, prima fra tutte il «desiderio di una vita migliore, unito molte volte alla ricerca di lasciarsi alle spalle la “disperazione” di un futuro impossibile da costruire». Si parte per ricongiungersi alla propria famiglia, per trovare opportunità di lavoro o di istruzione: chi non può godere di questi diritti, non vive in pace. Inoltre, come ho sottolineato nell’Enciclica Laudato si’, «è tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».

 

 

 

Offrire a richiedenti asilo, rifugiati, migranti e vittime di tratta una possibilità di trovare quella pace che stanno cercando, richiede una strategia che combini quattro azioni: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

 

 “Accogliere” richiama l’esigenza di ampliare le possibilità di ingresso legale, di non respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze, e di bilanciare la preoccupazione per la sicurezza nazionale con la tutela dei diritti umani fondamentali. La Scrittura ci ricorda: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».

 

“Proteggere” ricorda il dovere di riconoscere e tutelare l’inviolabile dignità di coloro che fuggono da un pericolo reale in cerca di asilo e sicurezza, di impedire il loro sfruttamento. Penso in particolare alle donne e ai bambini che si trovano in situazioni in cui sono più esposti ai rischi e agli abusi che arrivano fino a renderli schiavi. Dio non discrimina: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova».

 

“Promuovere” rimanda al sostegno allo sviluppo umano integrale di migranti e rifugiati. Tra i molti strumenti che possono aiutare in questo compito, desidero sottolineare l’importanza di assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione: in questo modo essi non solo potranno coltivare e mettere a frutto le proprie capacità, ma saranno anche maggiormente in grado di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro. La Bibbia insegna che Dio «ama lo straniero e gli dà pane e vestito»; perciò esorta: «Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto».

 

“Integrare”, infine, significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali. Come scrive San Paolo: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».

 

Auspico di cuore che sia questo spirito ad animare il processo che lungo il 2018 condurrà  alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati. In quanto accordi condivisi a livello globale, questi patti rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche. Per questo è importante che siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al cinismo e alla globalizzazione dell’indifferenza.

 

Ci ispirano le parole di San Giovanni Paolo II: «Se il “sogno” di un mondo in pace è condiviso da tanti, se si valorizza l’apporto dei migranti e dei rifugiati, l’umanità può divenire sempre più famiglia di tutti e la nostra terra una reale “casa comune”». Molti nella storia hanno creduto in questo “sogno” e quanto hanno compiuto testimonia che non si tratta di una utopia irrealizzabile… 

Santo Natale - Anno B

Lc 2, 1-14

Dal Vangelo secondo Luca

1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. 8C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Buon compleanno

Buon compleanno Eccolo. Ancora. Atteso eppure sempre stupefacente. Dio nasce. Viene. Si fa accessibile. Incontrabile. È un neonato che vagisce, spogliato di ogni grandiosità, da ogni mistero. Il Dio creatore dell’Universo, il totalmente altro, l’inaccessibile ora è qui. Diventato uomo perché l’uomo possa diventare come dio. Perché l’uomo torni ad essere uomo. L’incarnazione è uno dei pilastri di questa nostra fede ingenua e folle. Talmente ingenua e folle da essere incomprensibile se non accettiamo il fatto che è Dio ad avercela donata. Io credo, e lo credo davvero, che Dio si è fatto uomo. Contro ogni ragionevolezza, al di là dell’atteggiamento cinico e rassegnato, violento ed inutilmente polemico della nostra contemporaneità. Credo che Dio sia talmente folle da scegliere di diventare uomo in Gesù, per raccontare la sua profonda identità. Oggi, stanotte, ci siamo ripetuti tutto questo. Poi, lo so, è inevitabile, lo abbiamo farcito di emozioni, di buoni sentimenti, di lucine intermittenti e di luoghi comuni. Talmente zuccherosi da farci venire il diabete spirituale. Ma se avete il coraggio, se osate affacciarvi a quella grotta a Betlemme, se lasciate perdere lo strascico della retorica familista che ci obbliga a sederci a tavole con persone che in cuor nostro detestiamo e ci detestano (ma perché? Vabbè…), se torniamo alla teologia superando e motivando la tradizione, se ci disarmiamo davanti a questo Dio disarmato, allora le cose cambiano. E il Natale, ogni Natale, questo Natale, ci ricorda cosa accade quando Dio viene. E viene qui e ora. Per me. Se mi trova.

Così Dio

Potrebbe entrare nella storia dal portone d’ingresso principale, con la passatoia rossa e la guardia d’onore. Entra dalla porta di servizio, come fanno i servi. Potrebbe scegliere un tempo come il nostro iper-connesso per annunciare il suo Vangelo con maggiore efficacia. Sceglie un’epoca e un luogo dove ci si sposta a piedi. Potrebbe nascere in una famiglia nobile della capitale dell’Impero. Nasce in un paesino sperduto di una provincia occupata. Potrebbe rivolgersi ai teologi, ai sacerdoti, ai devoti. Si rivolge ai pastori, gli zingari del tempo. Sceglie come madre un’adolescente, tosta e determinata sì, ma comunque una quattordicenne. E come padre un silenzioso falegname poco avvezzo alle cose divine. E lo trovano dei pagani, degli atei, degli scienziati che cercano risposta alle loro teorie astrali. E lo trova un vecchio affaticato nell’anima che ancora non ha visto la salvezza del popolo di Israele. Dio si spoglia, si consegna, di dona. Rischia. Per amore. Solo per amore. Perché l’amore ha dei momenti di autentica follia. Quella di Dio è infinitamente folle, a misura della sua infinita grandezza. Potrebbe cadere in terra quel neonato. O ammalarsi. O morire ucciso dalla furia di Erode. O finire annegato su uno dei barconi, insieme a sua madre, primo profugo fra mille profughi. Quanto è fragile e rischiosa questa follia. Dio santo…

Così noi

Eccomi, Signore. Eccomi. No, non voglio scappare. O girare lo sguardo. Eccomi, dopo tanti Natali, alcuni belli, altri sanguinanti. Eccomi lì in fondo, dietro i pastori, in un angolo. Guardo senza disturbare. Voglio assorbire tutto ciò che vedo, tutto ciò che sento, tutto ciò che capisco. Lascio dilagare l’emozione, anche se sono un omaccione attempato. Hai scommesso, Signore. Hai osato. Non riuscivamo a raggiungerti, abbiamo così lungamente stravolto il tuo aspetto. Abbiamo così infangato la tua radiosa immagine. Abbiamo così costantemente tradito il tuo messaggio. Ma non importa, ora. Hai deciso di venire. Hai colmato tu la distanza che non siamo riusciti a percorrere. Sei qui, ancora. Non dev’essere così male la vita, se decidi di diventare uomo. Non l’hai fuggita, anche quando si è fatta scura e caliginosa. L’hai abitata in ogni sfumatura, in ogni storpiatura, in ogni anfratto. Nella buona e nella cattiva sorte. Nella banalità insostenibile di un quotidiano che ci spaventa. E l’hai fatto tu perché io potessi imparare. È bella la vita, se donata. È bella se aperta agli altri. Che follia: vorrei un Dio che mi risolvesse i problemi. E tu continui a crearmene. Vorrei un Dio forte e interventista. Mi trovo davanti ad un neonato che necessita di tutto. Sia, immenso e inatteso volto di Dio. Sia. Buon compleanno, rabbì. Buon Natale, amici.

 

tiraccontolaparola.it

IV Domenica di Avvento - Anno B

Colore liturgico: Viola
2 Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal. 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38

26Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». 29A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37nulla è impossibile a Dio». 38Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Stanotte

Domani è Natale. Così questa quarta domenica quasi salta in cavalleria. Già il tempo di avvento è decisamente breve. Dalla metà di dicembre, poi, si entra in fibrillazione per il delirio dei regali. Provate a farvi un giro in centro. E, allora, quel poco di preparazione spirituale che ci eravamo ripromessi di fare, viene messa in fondo, per ultima. Anche le parrocchie si fanno prendere dall’agitazione: le prove del coro, la recita dei bambini del catechismo, il presepe vivente… Meno male che arriva Maria a darci qualche consiglio. L’abbiamo già incontrata durante l’inizio del percorso, sottolineando, durante la festa dell’Immacolata, il suo cuore spalancato all’assoluto di Dio, rimarcando quel si che permette a me, oggi, di conoscere Dio. Quante volte, davanti a Dio che bussa alla porta della nostra vita, sappiamo solo porre dei no, dei fammici pensare, dei ripassa in un altro momento. Maria, invece, fa della sua vita un sì allo stupore, all’inatteso, all’irrompere dell’anima… Ed oggi, nuovamente, a poche ore dalla notte, rileggiamo quel vangelo. Da dove è iniziato tutto. Da quella piccola adolescente, probabilmente anch’essa di discendenza davidica come il suo amato sposo, che realizza la promessa fatta al re Davide.

Davide

Davide, ormai invecchiato e intristito dalle vicende della vita, vede il suo formidabile Regno percorso da spinte secessioniste. L’erede al trono è stato ucciso dal fratello, a sua volta ucciso durante una battaglia dall’esercito di Davide. Il terzogenito sarà a sua volta ucciso da Bersabea, che vuole mettere sul trono il figlio Salomone. Così accadrà e Davide teme di non vedere più nessun suo discendente a governare su Israele. Decide di costruire un tempio al Dio che lo ha fatto tanto crescere e Natan, profeta di corte, lo ferma: non sarà il re a costruire una casa, ma Dio gli costruirà una discendenza.

Così sarà. Nonostante tutto, dopo l’esilio in Babilonia, la casa di Davide scomparirà, ma sarà un suo discendente, il figlio di Giuseppe di Betlemme, a prendere il suo posto. Jeshua il nazoreo salirà sul trono di Davide. Ma non come si aspetta il grande re.

È sempre Dio che prende l’iniziativa.

È sempre lui che ci viene incontro, che si fa vicino, che nasce in noi. Mai come ce lo aspetteremmo.

Concretezze

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». (Lc 1,34) Sono le prime parole di Maria. E sono come un treno in corsa.

Spesso l’abbiamo immaginata intimorita, un’adolescente sussiegosa che ascolta il roboante annuncio del principe degli angeli. Macché, non è affatto così. Maria non è timida, né impacciata. Mette i brividi vedere come tiene testa a Gabriele, come interagisce con determinazione e lucidità. Le sue prime parole – una richiesta di chiarimento – svelano una donna adulta, una credente intelligente e posata, una persona concreta e con i piedi ben posati per terra. Come scrive magnificamente Papa Paolo VI: “mai fu la donna passivamente remissiva di una religiosità alienante” (Marialis Cultus, 37). Guardatela la ragazzina che interroga un ammirato messaggero celeste! Siate fiere, figlie di Eva, per tanta forza, tanta grazia, tanta audacia!

Imparate, figli di Adamo, da tanta concretezza e determinazione.

Mi piacerebbe tanto sapere cosa Gabriele, la sera, abbia detto ai suoi colleghi angeli, anche lui stupito dall’inattesa reazione di Maria la bella. L’adolescente che osa, che controbatte, che chiede. Eppure è così che dobbiamo fare. È questo l’atteggiamento che deve assumere il credente. Il Dio che si racconta nella Bibbia, quello definitivamente svelato in Gesù è un Dio che non tratta gli uomini come servi (Gv 15,15), ma come figli, che li pone alla pari (Sal 8,5-6), che accetta di farsi mettere in discussione (Gen 18). Incontrando Dio scopriamo la nostra dignità, capiamo il nostro destino, definiamo la nostra misura. Maria sta con i piedi ben piantati in terra. Come è possibile?

Soluzioni

È spiazzato, l’angelo. No, non se l’aspettava proprio una reazione del genere. Non quella domanda così precisa e puntuale. La ragazza non si lascia impressionare da ciò che sta accadendo. Va diritta al centro della questione. Sorride, Gabriele. Ammirato, ne sono certo. Quanto ci assomiglia, la madre! Anche noi davanti ai grandi progetti di Dio sulla nostra vita, giustamente, pensiamo a come questi influenzeranno e cambieranno le nostre scelte.Sorride, Gabriele e spiega.

Parla di Spirito Santo, parla di ombra dell’Altissimo, parla di un figlio che ha a che fare con Dio e che di Dio condivide la santità. Che problema c’è? Forse il braccio di Dio si è accorciato? Una volta accettata la folle idea che Dio diventa uomo, è forse un problema se una vergine diventa madre? Davanti all’inaudito di Dio, come non lasciare aperta ogni possibilità?

Ammesso che l’impossibile si è fatto possibile, di cosa stupirsi? Io credo che Dio si sia fatto uomo. E che lo abbia fatto così come ce lo racconta Luca. Non ho dubbi insormontabili nel credere nell’annunciazione, facendo salvi tutti i legittimi distinguo degli studiosi sui generi letterari e sul rapporto storia/teologia. Credo. Credo che Dio abbia voluto sporcarsi le mani, farsi conoscere e conoscere.

Ammesso questo, non ho problemi nel credere che una ragazza di quattordici anni possa contenere Dio nel suo grembo.

E ora lo aspetto. Aspetto stanotte. Aspetto che rinasca in me.

 

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III Domenica di Avvento - Anno B

Gv 1, 6-8. 19-28
Dal Vangelo secondo Giovanni

6Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.

19Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». 20Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». 21Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 24Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 27colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Voci e parole

Chi sei? Cosa dici di te stesso?

C’è sempre qualcuno che ha bisogno di identificare, di incasellare, di definire. O, in questo caso, di indagare per rilasciare patentini di santità.

È un sacerdote, ma non frequenta il tempio.

È un profeta, ma non cerca le folle, anzi, fugge nel deserto.

È cercato e amato, ma sembra respingere, infastidito, quanti lo cercano con insistenza.

Giovanni l’evangelista, probabilmente suo discepolo, dice di lui che è un testimone.

Il testimone parla di qualcun altro, di qualcos’altro. Non di sé.

A noi, abituati a cercare visibilità e riconoscimento, incontrare uno che si identifica in funzione di un altro, mette i brividi. Noi che passiamo la vita a cercare titoli e riconoscimenti (scrivente in primis), incontrare uno che ragione per sottrazione manda in crisi.

Eppure Giovanni è così.

Quando parla di sé, dice io non sono.

Perché se non siamo capaci di denudarci davanti a Dio, se non siamo capaci di semplificare il nostro pensiero e il nostro desiderio, e non cercare altrove la nostra identità, di non vivere appesi al giudizio e al riconoscimento altrui, non riusciremo a far nascere e rinascere Cristo in noi.

Chi sei? Cosa dici di te stesso?

Rivolgessero a me questa domanda non avrei dubbi.

Ed elencherei i miei titoli di studio, il mio lavoro, le mie pubblicazioni, le cifre da capogiro degli internauti che mi leggono. E con malcelato orgoglio sottolineerei con garbo i successi, minimizzando i fiaschi. Certamente mi definirei a partire da ciò che faccio, da ciò che so, da ciò che mi viene riconosciuto.

Giovanni Battista no.

Tutti pensano che egli sia il Messia. Glielo si legge sui volti. Migliaia di pellegrini che lasciano la comoda Gerusalemme per scendere nel deserto. Brava gente che nel tempio e nelle sue liturgie sfarzose si sente a disagio. E cerca testimoni. Il testimone.

Se Giovanni dicesse ciò che tutti immaginano, verrebbe portato trionfalmente nella città santa.

Ma non è così.

Non sono il Cristo.

Non si prende per Dio, ci mancherebbe. Lo idolatrano, come facciamo anche noi davanti a persone coinvolgenti, a uomini di Dio affascinanti e credibili. E Giovanni li allontana infastidito.

Per accogliere il re dobbiamo smetterla di crederci re.

Se vogliamo incontrare Dio, dobbiamo smetterla di essere dio di noi stessi.

Piccoli narcisisti che si mettono sempre al centro. O che si lamentano di non essere al centro. O che fanno le vittime per attirare l’attenzione ed essere messi al centro.

Giovanni no, la sua vita è in riferimento ad altro.

Ad un Altro.

Allora cosa sei?

Cominciamo a sottrarre.

A togliere i titoli, i riferimenti agli altri (figlio di, moglie di, parroco di…), a togliere i ruoli, il mestiere. Togliamo per ritrovare l’essenza sotto la crosta. A volte non lo facciamo perché siamo terrorizzati da ciò che potremmo eventualmente incontrare. Un noi impresentabile.

Spoglia, Giovanni. Toglie. Scarta.

È il più grande uomo mai esistito, dirà di lui Gesù, ma non gli importa.

È un cercatore di Dio radicale e coerente. Ma non gli interessa.

Ha radunato attorno a sé migliaia di penitenti. Dettagli.

È un grande profeta, come Israele non ne vedeva da secoli. Irrilevante.

Cosa sei?

Voce, dice.

Voce imprestata ad una Parola.

Mi tremano i polsi mentre leggo. Solo questo? Tutto qui? A questo è giunto il cammino di Giovanni?

Sì, certo. Perché vuole diventare un grande dito che indica la luce.

Voce che grida

Ma è una voce che grida. Che non sussurra, che non blandisce o manipola.

Una voce un po’ rude che scardina e a volte irrita le coscienze beate e beote. Le nostre. Così come devono fare tutti i profeti che se non mettono in discussione, profeti non sono, o hanno smesso di essere.

Una voce che grida quanto ha vissuto, chi ha incontrato, una voce che rilegge la Parola. Una voce dietro cui si svela la Parola. Così che, quando incontriamo un profeta, dopo qualche istante, se disarmiamo il nostro cuore, leggiamo sulle sue labbra ben altre Parole.

Misterioso Dio che ti nascondi dietro i nostri balbettii!

L’avvento scorre, Natale si avvicina.

Sarà banale, o orribile, o commovente, fate voi.

Sarà vero solo se abbiamo, oggi, il coraggio di toglierci le maschere.

Di smetterla di definirci per spogliarci, per andare o tornare all’essenziale.

E di ascoltare la Parola dentro le voci, anche quelle gridate e ruvide.

Di diventare noi voce per la Parola che vuole raggiungere tutti coloro che abbiamo intorno.

Noi voce.

Lui Parola.

Anzi, meglio, un Verbo che si fa uomo.

 

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Carissimi donatori e volontari,

a nome dell’Associazione Maria Madre della Provvidenza, desidero porgere a Voi e alle Vostre famiglie, i miei migliori auguri di un gioioso S. Natale e di un sereno Anno Nuovo.

Un GRAZIE sincero a Voi donatori che attraverso i Vostri contributi in denaro ci permettete di aiutare tanti poveri ed un GRAZIE sincero a Voi volontari che donate parte del Vostro tempo libero per servire i poveri.

Dal Natale scorso ad oggi abbiamo raccolto e donato a famiglie e persone sole in difficoltà 735.000,00 euro e attraverso più di 115.000 ore di volontariato, abbiamo potuto raccogliere e distribuire più di 1.700 quintali di alimenti ed offrire quasi 21.000 pasti. Abbiamo potuto così alleviare in parte le sofferenze di tante persone che da tempo vivono situazioni drammatiche.

La Vostra generosità ha potuto fare la differenza nel ridare dignità e speranza a tanti, incarnando in pieno l’appello di Papa Francesco che, dall’inizio del Suo pontificato, sottolinea la centralità della solidarietà nella vita di ogni cristiano. Infatti, Gesù suscita una fede con la capacità di sognare il futuro e di lottare per esso nel presente.

E’ con questa fede che la nostra Associazione si sforza di operare, in Italia e in alcuni Paesi del Terzo mondo, attraverso iniziative di solidarietà che vengono realizzate grazie a Voi.

Un ringraziamento sincero a tutti, con l’augurio di continuare a lavorare assieme in questo meraviglioso progetto d’amore che è l’Associazione Maria Madre della Provvidenza!

Auguri di vero cuore!

 

Torino, 01 dicembre 2017

Firma Bruno Cavallo

MESSAGGIO DI MEDJUGORJE DEL 25 NOVEMBRE 2017

"Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito alla preghiera. Pregate e cercate la pace, figlioli. Lui che è venuto qui sulla terra per donarvi la Sua pace, senza far differenza di chi siete o che cosa siete - Lui, mio Figlio, vostro fratello - tramite me vi invita alla conversione perché senza Dio non avete né futuro né vita eterna. Perciò credete, pregate e vivete nella grazia e nell'attesa del vostro incontro personale con Lui. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

RIASSUNTO DEL FORMATO AUDIO DELL’INTERVISTA DI PADRE LIVIO ALLA VEGGENTE MARIJA PAVLOVIC LUNETTI A RADIO MARIA (http://www.medjugorje-oggi.org )

 

Oggi manca la pace nel mondo, nelle nostre famiglie e nei nostri cuori: dobbiamo pregare per la pace! La nostra gioia e la nostra pace è in Dio. Se non abbiamo un incontro personale con Lui non possiamo avere gioia. La nostra vita deve essere attesa, attesa dell’eternità e di questo vivere in Lui e con Lui per sempre.
La Madonna è donna del silenzio ma è anche donna di parola, concreta e di grande amore. Non ci sono parole per descrivere la Madonna, la sua bellezza e la sua grandezza. Lei è la mano allungata di Dio, la serva che con tutto il suo cuore e con tutto il suo essere vuole vivere con Dio e in Dio e trasmetterlo agli altri.
Rischiamo di andare verso l’autodistruzione senza Dio!
In questo messaggio si capisce che la Madonna parla veramente a tutti: credenti, non credenti, cattolici e non cattolici.

Inoltre chiede proprio di mettere Dio al posto dell’io. Dio nella nostra società non Lo vogliamo, invece Dio c’é!
In questo messaggio tre parole ci preparano al Natale: credete, preparate, vivete! Questo vale per l’Avvento, ma anche per il momento in cui lo incontreremo personalmente quando moriremo.

Tante volte noi diciamo “io credo e non credo”, dipende dai momenti come una bandiera invece la Madonna ci dice di essere saldi nella fede.
Chi è nella fede crede in qualsiasi momento anche nelle burrasche e vede tutto come volontà di Dio anche nella sofferenza, nel dolore, nell’amore.
Andare oltre e amare con occhi e con cuore di Dio: per questo la Madonna ci dice di pregare perché se prego vivo nella grazia e credo che il Signore provvede in tutto.
Il passato è passato e il futuro è nelle mani di Dio!
Pregando so che posso cambiare il mondo!
Dobbiamo preparare il cuore per ricevere Gesù a Natale: la Madonna ci chiama adesso alla conversione, non domani e non ieri! Senza di Lui non abbiamo né futuro né salvezza!
Non possiamo andare contro la libertà degli altri, di chi decide di non credere. Possiamo solo benedirlo e pregare per lui!
Dobbiamo armarci con il Rosario. Tanti maledicono, noi con la vita e con l’esempio vogliamo benedire, vogliamo “dire bene”!
La nostra umanità oggi è povera, non di soldi ma di spirito, ma il cuore immacolato di Maria trionferà. Noi ormai siamo morti nello spirito, la Madonna ci vuole nella gioia! Siamo peccatori, ma ci rialziamo e diventiamo ancora più forti. La Madonna ci chiama ad essere le sue mani allungate perché ha bisogno di noi.
Non dobbiamo avere timore di testimoniare con la nostra vita!
Non amiamo più la vita e questo è un disastro: le culle sono vuote! Una volta si diceva che ogni bambino nasce con la camicia. Oggi abbiamo paura del futuro e non abbiamo speranza invece non dobbiamo avere paura di avere tanti figli! Dio provvede ed è Lui il nostro destino! In ogni caso moriremo! Oggi non ci sono le famiglie che credono nella vita e che amano la vita! Il Natale è la festa della famiglia. Nel tempo di Avvento decidiamoci a pregare nella nostra famiglia!
Pregate e non avrete più bisogno di andare dagli psicologi! Noi oggi ci sentiamo persi perché senza Dio non abbiamo la pace. Dei primi cristiani dicevano “si vede che sono cristiani perché si amano”. 

II Domenica di Avvento - Anno B

Mc 1, 1-8

Dal Vangelo secondo Marco

1Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 2Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. 3Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, 4vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Un nuovo inizio

Inizio del Vangelo di Gesù Cristo.
Così, d’impeto, scrive il giovane Marco alla comunità di Roma. La prima frase del primo vangelo scritto già rivela la fine del film. Uno spoiler che farebbe rabbrividire gli amanti delle fiction (Curtaz fra questi). Eppure Marco non teme. Perché il suo incipit asciutto e fulminante, come un pugno nello stomaco se non fossimo vaccinati da due millenni di catechismi devoti e santini, di stucchevoli visioni cattoliche, se non avessimo asfaltato lo stupore con la noia e la banalità, afferma qualcosa di inaudito.
Quel Gesù di Nazareth, il figlio del falegname, il giovane galileo viandante, il profeta improvvisato. Quel tale giudicato pazzo e indemoniato dai censori religiosi del tempo, quel mite e creativo uomo di Dio considerato un pericolo per l’ordine pubblico. Quel tizio che frequentava con grande scandalo pubblici peccatori, quel festaiolo, quello lì, così poco devoto, poco religioso, poco rispettoso dell’autorità e dei precetti, proprio lui, è il Cristo.
L’Unto. Il Messia. L’Atteso. Colui che può salvarci dall’abisso di abitudine e buon senso in cui siamo sprofondati, dall’inutile buonismo natalizio che accarezza le emozioni anestetizzando l’anima.
Sì, lui.

Niente di nuovo
Il bello è che lo sappiamo.
Sappiamo che è così. Sappiamo che il Natale che ci prepariamo a vivere è l’inaudito che si ripete, l’invito all’accoglienza di un Dio che chiede ancora di nascere nelle nostre quotidianità.
Sappiamo chi è lui, cosa ha detto, cosa ha fatto, chi è.
Sappiamo cosa fare per vivere, cos’è la storia, cos’è la nostra storia. Sappiamo.
E nulla cambia. Rassegnati alla vita. Foss’anche alla vita devota.
Ma Marco insiste. L’annuncio si ripete. Il cammino si dipana e si approfondisce, come una spirale che torna sempre sullo stesso punto ma più in alto o più in dentro, se volete. E scrive.
Inizio del Vangelo.
È una nuova Genesi, una nuova Creazione, un nuovo inizio.
Non un trattato di teologia o una raccolta di detti al modo dei rabbini, ma un racconto. Marco lo ha intitolato vangelo, cioè buone notizie come erano chiamati i racconti delle gesta degli imperatori a partire da Cesare Ottaviano Augusto, il figlio adottivo di Giulio Cesare, il primo a pacificare l’intero Impero Romano.
È una buona notizia: quel Gesù è il Cristo.
Qui, adesso, oggi.

Sveglia!
Niente scuse allora. Svegliamoci. Svegliati.
Smettila di stare seduto a lamentarti. Smettila di credere di credere. Smettila di prepararti al Natale come se quelle lucine riuscissero a colmare il tuo cuore. Smettila di adeguarti, abituarti, rassegnarti, preoccuparti.
E lavora.
Come raccomanda Isaia ai deportati in Babilonia. Lui, probabilmente un profeta nato in esilio, che non ha mai visto Gerusalemme. Lui che osa sognare in un posto di schiavi rassegnati, come quello in cui ci è dato di vivere. Lui che invita tutti a rimboccarsi le maniche.
A spianare i colli dell’arroganza e della violenza di pensiero e di parole. A disarmarci smettendola di pensare che tutti ce l’hanno con noi.
A colmare i crateri delle nostre insicurezze, delle nostre paure, delle nostre nevrosi.
E lo fa consolando. Una consolazione che non è compatimento, pena, ma forza irruente, energia, scuotimento.
Come raccomanda Giovanni il battezzatore.

La voce che grida
È figlio di un sacerdote ma fa il profeta.
Ha frequentato Gerusalemme, si è rifugiato nel deserto.
Tutti chiedono sacrifici nel rinato tempio. Lui propone la conversione.
E fa scendere la gente attraverso il deserto di Giuda fino al Giordano, in un nuovo Esodo.
Non propone le abluzioni rituali ma un vero e proprio battesimo di immersione. Un simbolo di un cambiamento di vita radicale.
Giovanni il Battista non fa sconti: se vuoi un nuovo inizio, se vuoi buone notizie devi prepararti a qualcosa di forte, di più forte. Specialmente se già credente. Devi osare.
L’unico modo che abbiamo per fare di questo Natale una qualche rinascita è convertirci.
Ah, solo!
E ascoltare i profeti che ci invitano a preparare le strade. Dio viene quando meno ce lo aspettiamo. Viene come non ce lo immaginiamo. E non sappiamo dove e come. Ma viene.
Se ci trova.

Sandali
Giovanni è il protagonista di questo avvento. Un grande, il più grande.
Potrebbe prendersi per il Messia, tutti pensano che lo sia.
Potrebbe prendersi per Dio, cosa che molti, ancora oggi, fanno.
Ma sa che non è lui la luce. Lo ha scoperto, lo ha capito, lo ha accettato trovando il suo posto, la sua collocazione nel grande disegno di Dio. Nessun delirio di onnipotenza, nessuna narcisismo patologico.
Pensa di avere capito tutto. Dovrà ancora fare molta strada su percorsi che non si immagina.
Il suo messaggio è chiaro: non è degno di slacciare i sandali di chi viene. Alcuni studiosi vedono in quel riferimento il gesto che l’avente diritto a sposare la vedova senza figli, secondo la legge del levirato, compiva se rinunciava al suo diritto. Il nuovo pretendente gli sfilava il sandalo. Come se Giovanni dicesse: io non ho nessuna pretesa di rubare la sposa, Israele, al pretendente, il Messia.

Grida, Giovanni. E la folla accorre.
Anche se ha il tempio e i riti e i sacerdoti.
Ma la folla ha bisogno di una Parola che sferza e nutre, scuote ed incoraggia, converte e mette in crisi.
Gridano i profeti, ancora oggi, e ci invitano a stare desti, a svegliarci.
Ancora viene Dio.
Non si stanca di noi.

 

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I Domenica di Avvento - Anno B

Mc 13, 33-37

Dal Vangelo secondo Marco

33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

Di notte

Vegliate, svegliatevi, vigilate!
Insiste, il Signore, perché sa che il sonno dell’anima, l’ottundimento della coscienza, l’affievolirsi della speranza sono un demone che può spegnere la vita di una persona.
Anche della migliore.
Ed è proprio quello che ci può capitare: rassegnarci a questo mondo, alla nostra incoerenza, all’apparente irrisolutezza degli eventi. Viviamo sì, ma senza emozioni, se non quelle di plastica che ci vendono a caro prezzo. Allora mettiamo i piedi un dopo l’altro, intruppati in mezzo alla folla ma senza sapere veramente dove stiamo andando.
Non così per i discepoli.
Non così per chi ha odorato l’infinito.
Non così per chi ha intravvisto, dietro e dentro la caligine, oltre la tenebra, lo splendore della venuta di Cristo.
Non così per chi vuole vivere sul serio questo ennesimo Natale senza renderlo inutile o, peggio, dannoso.

Servi e portinai
La parabola è di immediata comprensione: il padrone di casa, il Signore Gesù, è assente ma tornerà nella gloria. In questo tempo di mezzo, fra la storia e la gloria, affida a noi, suoi servi, il compito di vigilare, di costruire brandelli di Regno, di annunciare la sua venuta.
Una venuta che, come meglio bisognerebbe tradurre, non avviene alla fine della notte, ma continuamente. Lo aspettiamo nella gloria, il Cristo, ma anche nella vita di ciascuno di noi, qui, ora, oggi.
Ai servi è affidato ogni potere.
Sciocco di un Cristo. Ingenuo! Come se davvero fossimo in grado di gestire il potere d’amore che ha inaugurato! Eppure accade proprio così: a queste fragili e sudicie mani il Signore affida il suo Vangelo. Come un tesoro custodito in vasi creta.
Ma se ne siamo consapevoli non tiranneggiamo sui fratelli, non usiamo questo tesoro come se fosse nostra proprietà, non ci ergiamo a sostituti del Signore. Cosa che, a volte inconsciamente, rischiamo di fare nelle nostre comunità quando ci sentiamo investiti di mandato divino.
No, siamo servi inutili.
E ai portinai, a coloro, cioè, che hanno maggiori responsabilità, quella di aprire la casa, la Chiesa, la comunità, a chi cerca il Signore, chiede di vigilare ancora di più, con maggiore convinzione e sforzo. Quanto è terribile vedere portinai ignavi, impigriti, imborghesiti, sedersi al posto del padrone!
Quanto scandalo suscitiamo quando dimentichiamo chi siamo veramente! Servi inutili.

Nella notte
Viene nella notte, il Signore, lo Sposo.
Noi, come le ragazze coraggiose delle scorse domeniche, sfidiamo ogni notte con una piccola fiammella in mano. Ragazze coraggiose.
Noi, invece…
Accampiamo mille scuse alla realizzazione della nostra felicità. Se fossi, se avessi, se potessi…
Non abbiamo tempo o opportunità o cultura sufficiente per essere felici. Meglio maledire il buio, meglio rannicchiarsi in un angolo tappandosi le orecchie.
Sì, certo, è buio fitto. Basta guardarsi intorno per capirlo. Per vedere il tasso di violenza, nelle parole, nei pensieri, che attanaglia le persone, tutte rabbiose con tutti, tutti convinti di essere vittime di qualcuno. Non è così, smettiamola di nasconderci dietro ad un dito.
C’è chi maledice la notte. Chi accende una luce.
Chi attende un aiuto. Come i deportati in Babilonia.
Se tu squarciassi il cielo e scendessi!
Il lamento straziante sale dalla bocca di uno degli autori del libro del profeta Isaia, in esilio dopo la durissima sconfitta contro Nabucodonosor. Nessuna speranza all’orizzonte, nessuna possibilità di riscatto, solo l’amarezza dell’esilio e della schiavitù.
Per la prima volta nella Bibbia, il Dio dei patriarchi viene invocato col titolo padre.
Titolo che non veniva usato perché comune nell’invocazione pagana alle proprie divinità.
Ma ora non c’è più remora, né timore di essere ambigui. Non c’è più il tempio, né la città santa, né il re. Tutto è perduto.
Solo sale quell’invocazione fatta quasi sottovoce, una immensa ricerca di salvezza, un grido silente.
Se tu squarciassi il cielo e scendessi!
Un grido che ancora sale da questa terra d’esilio in cui siamo. Un grido di avvento mentre ci prepariamo a celebrare la nascita di Cristo in ciascuno di noi, nell’attesa del suo ritorno definitivo.

Pregare
Come restare desti? Come nutrire la nostra anima? Come riempire d’olio le lampade che si consumano?
Nell’orto degli ulivi, ai discepoli oppressi dal sonno e dalla tristezza, Gesù chiede di pregare.
Una preghiera che è intimo dialogo col Padre, che è relazione fiduciosa ed appassionata con lui, che è nutrimento dell’anima nel silenzio della lettura orante della Parola di Dio.
Ciò che cercheremo di fare in questo ennesimo avvento, in questo breve tempo in cui cercheremo di sostenerci a vicenda, incoraggiandoci, restando svegli.

Perché, purtroppo, anche lo stravolgimento di senso che abbiamo operato nei confronti del Natale rischia di essere un anestetico. Mortale.

 

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XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Mt 25, 31-46

Dal Vangelo secondo Matteo

31Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. 37Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. 40E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. 44Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. 45Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Christus vincit (?)

E così oggi concludiamo l’anno liturgico. Dalla prossima settimana inizieremo il cammino di avvento in preparazione al Natale. Ci prepariamo ad accogliere l’evangelista Marco e a salutare Matteo.
Il quale, prima di congedarsi, ci lascia una pagina che è una frustata, un pugno nello stomaco, un zampata in pieno volto, così, tanto per scuotere le nostre coscienze intorpidite di innocui cattolici da poltrona.
Prima, però chiariamo una cosa: la Chiesa non ha nostalgie monarchiche e non dobbiamo guardare ai (pochi e incoerenti) regnanti di questa terra per prendere esempio. Dire che Gesù è il Signore dell’Universo, è una destabilizzante testimonianza di fede: quell’ebreo marginale perso nelle pieghe della storia è colui che ha l’ultima Parola, colui che dà misura e senso ad ogni esperienza umana, che svela il mistero nascosto nei secoli.
Meglio.
Significa credere che le vicende umane non stanno precipitando in un baratro di violenza e di caos, ma nelle braccia di Dio. Ci vuole molta fede per fare una tale affermazione, ve ne dò atto, soprattutto dopo duemila anni di cristianesimo in cui le cose non sembrano cambiate in meglio.
Dire che Cristo è “sovrano” della mia vita, significa riconoscere che solo in lui ha senso il nostro percorso di vita e di fede.
Ed è bello, alla fine di quest’anno, ribadire con forza, insieme, questa nostra convinzione.
Ma.

Regalità

Leggendo il vangelo conclusivo di Matteo restiamo sconcertati ed interdetti.
Il clima è cupo, la visione di questo giudice implacabile come alcuni pittori ce l’hanno riportata, il possente Cristo di Michelangelo della cappella Sistina, ad esempio, fa paura. Cosa ha che vedere questa pagina con il resto del vangelo? Matteo si è sbagliato? O ci siamo sbagliati noi quando continuiamo a professare il volto di un Dio compassionevole?
I pastori, sul fare della sera, separavano le pecore dalle capre.
Le capre, senza il “cappotto” fornito da madre natura, pativano il freddo proveniente dal deserto ed andavano ricoverate in un posto più caldo, come una stalla o sotto una roccia.
Quest’immagine è lo sfondo del racconto di Gesù, una separazione che è una protezione, un’attenzione verso i soggetti deboli.
Il pastore accoglie le pecore che lo hanno riconosciuto nel volto del povero, del debole, del perseguitato. Era prassi comune nel mondo ebraico, ma ne troviamo traccia anche in altre culture!, valorizzare i gesti di compassione verso i deboli.
Due sono le novità apportate dal vangelo di Matteo: Gesù lascia intendere che è lui che curiamo nel povero, identificandosi nell’uomo sconfitto. In secondo luogo questa identità è sconosciuta al discepolo che resta stupito nell’avere soccorso Dio senza saperlo.
Il messaggio che Matteo ci rivolge è piuttosto chiaro: l’incontro con Dio cambia il tuo modo di vedere gli altri, riesci ad incontrarlo anche nel volto sfigurato del povero.
Gesù non parla di “buoni” poveri o di carcerati vittime di un errore giudiziario! Anche nel povero che ha sperperato tutto per colpa o nell’omicida (!) possiamo riconoscere un frammento della scintilla di Dio!

Ripetizione

Gesù ripete la stessa idea, ma in negativo, questa volta.
Come era consuetudine per i rabbini, che sempre ribadivano il proprio insegnamento una volta in positivo e una volta in negativo. Per calcare la mano Gesù conclude che colui che non lo riconosce brucerà nel fuoco della Geenna.
Lasciate perdere le immagini orribili dell’inferno e il timore di Dio che non è paura del Padre ma paura di perdere il suo amore per nostra negligenza!
La Geenna è una delle valli che circonda Gerusalemme, mai abitata perché, secondo la storia, lì i Gebusei praticavano sacrifici umani prima della conquista della città da parte del re Davide. Al tempo di Gesù nella valle della Geenna si bruciavano le immondizie.
Se non sappiamo riconoscere il volto di Dio nel fratello siamo… ‘na monnezza!

Quindi

Alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà?
Lo trovate scritto, leggete bene, e mettete da parte il taccuino su cui avete segnato puntigliosamente le ore di preghiera, le messe e le confessioni sopportate con cristiana rassegnazione e le eventuali giustificazioni da tirare fuori nel caso Dio fosse più esigente di quello che ci raccontavano.
Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell’affamato, nel solo, nell’anziano abbandonato, nel parente scomodo. Sì: avete capito bene.
Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto. E sul cuore con cui lo avremo fatto.
La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non si esaurisce nel Tempio.
Allora, certo, la preghiera, l’eucarestia, la confessione, sono strumenti di comunione col Cristo e tra di noi per fare della nostra vita il luogo della fede.
Nel mio ufficio, alla mia facoltà, in casa a spadellare mi salverò. Se saprò portare la fede da dentro a fuori, da lontano a vicino, e riconoscere il volto del Cristo adorato nel volto del fratello che incontro ogni giorno, mi salverò.
La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti.
Cristo è Signore se sapremo sempre di più amare i fratelli, diventare trasparenza della misericordia, testimoni credibili della compassione.
Cristo vince se l’amore trionfa. Anche nella mia vita.

 

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