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“Il Dolce di San Giovanni” non nasce soltanto da un’idea brillante e dal connubio vincente di ingredienti ricercati: nasce soprattutto dallo stupore e ricorda un pò l’euforia gioiosa che spinse gli apostoli a gridare con urgenza di aver trovato il sepolcro vuoto.

Di fronte a gioie così grandi la prima reazione è sempre un desiderio impaziente che spinge a volerle condividere affinché si moltiplichino e possano far del bene a molti.
Quando si sperimenta sulla propria pelle che rinascere è possibile, sorge spontaneo voler trasmettere questo messaggio di speranza autentica ai più, specie ai fratelli che ne hanno maggiormente bisogno.

A tutti noi, con tempi ed intensità diverse, è richiesto di rinascere: abbiamo bisogno di sentire la possibilità di ripartire quando ci accorgiamo di aver commesso errori, ma anche di curare ferite che abbiamo subito e che non ci permettono di vivere davvero.

Gli Altri poi, ci chiedono di non essere definiti da etichette sterili, ma di poter ricevere uno sguardo fiducioso su un potenziale che, se pur latente, rappresenta un’autentica occasione di speranza e quindi di cambiamento. 

Tuttavia per alcuni la rinascita non sembra essere una soluzione possibile.
Il Messaggio di Vita Nuova e di apertura all’amore di Dio che il Dolce vuole incarnare è rivolto anche e specialmente a Loro e chi può rappresentare questi “ultimi” più dei carcerati?!

Ecco quindi il desiderio che è nato nel cuore di Paola Monferrato, ideatrice del Dolce di San Giovanni, insieme alle altre volontarie: portare questo segno di rinascita anche a donne detenute presso il carcere delle Vallette di Torino, in cui vivono a causa di reati legati alla tossicodipendenza. 

Se pur AMMP si occupi di fare la spesa l’ultimo giovedì del mese per il settore “Arcobaleno” e gliela consegni dopo aver superato tutti i controlli obbligatori, per queste volontarie ha rappresentato un’esperienza del tutto nuova che ha richiesto un coinvolgimento in prima persona, uno di quei vissuti che ti smuovono dalla tua zona di comfort e ti interrogano anche se non vuoi:

Come mai saranno finite lì? Si saranno pentite degli errori commessi? Sogneranno la libertà? Avranno ancora delle speranze vive? Oppure si saranno lasciate andare completamente? Saranno pericolose? Saranno arrabbiate? Saranno svogliate? E se fossi io al loro posto? Come approcciarsi? Come coinvolgerle senza infastidirle? Di che cosa avranno più bisogno?
 

“Ci sentivamo completamente estranee ed impreparate dal punto di vista razionale e per questo abbiamo deciso di fissare un incontro preliminare tra di noi” hanno ammesso alcune volontarie. 

Ma come ci si può preparare ad incontri simili?
 
La risposta proviene direttamente da loro:

“La fede ed il poterci sostenere a vicenda hanno rappresentato il grande motore in grado di annientare dubbi e timori” affermano. 

Poi i giorni passano e si giunge a Sabato 30 novembre, una data davvero azzeccata ( o una “Dio incidenza”!?) perché si celebra la Giornata Mondiale contro la pena di morte e San Giovanni Battista è patrono dei condannati a morte.
Tutto è pronto per entrare in cucina: unghie corte e senza smalto, via anelli, collane ed orecchini. 

Le accolgono molto bene.

Wow! Non era per niente scontato. 

Quando iniziano a cucinare insieme, volontarie e detenute, si assiste ad un’alternanza di momenti profondi ed altri leggeri.
Questa “danza” continua e raggiunge il suo apice quando le detenute decidono spontaneamente di indossare le pettorine AMMP. 

Dai loro sguardi, dalle loro parole, dal loro coinvolgimento ora risulta molto chiaro: “hanno bisogno di fare, di leggerezza e di sentirsi alla pari nell’esperienza”.

Quanto è grande la “potenza del fare”!


“Fare” per imparare qualcosa di nuovo, per sentirsi capaci, per allontanare brutti ricordi; fare per provare gli effetti positivi del poter manipolare un qualcosa, contribuire a guardarlo in faccia, a stravolgerlo cambiandone completamente la forma.

Lavorare insieme a ciò che prima non era e dopo è: ingredienti singoli ed insignificanti prima, una prelibatezza culinaria ed un significato profondo dopo. E nel mentre tutta vita. Vita narrata, ricercata, condivisa. 

Ad un tratto risate fragorose riempiono l’aria ed i cuori: dubbi ed incertezze iniziali vengono dissipati da una bellissima energia. Una volontaria lo definisce “un incontro di anime”.

Poi, oltre le aspettative, ricevono addirittura un invito: le ragazze detenute chiedono alle educatrici di poterle invitare un giorno a pranzare con loro. 

È stato un bellissimo pomeriggio” affermano tutte gioiose.

Una volontaria riassume così l’esperienza vissuta: “Incrociare altre vite, la potenza del “fare”, ridere in carcere: quanta ricchezza! Anche tristezza. Posso dire tristezza felice? Si può?!” 

Si può. 

“Il carcere ha il dono di donare tanta gioia ed è un dono del tutto inaspettato” ha affermato.
Elena Lombardi Vallauri nel libro “Padre Nostro che sei in Galera”.
Anche questa esperienza insegna come l’aiutare gli altri generi ricchezza non solo a chi riceve ma anche a chi dona, a conferma che “se dai amore, l’amore cresce ovunque esso sia!” 

 

Sara Foradini

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Ven Mar 27 @08:00
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Sab Mar 28 @18:30
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Gio Apr 23 @08:00
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