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Gv 6,51-58
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore

 

COMMENTO AL VANGELO DI MONS. ROBERTO BRUNELLI RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180819.shtml

Col passare dei secoli molte parole hanno cambiato di senso: occorre tenerlo presente, ad esempio leggendo il vangelo di oggi. Il discorso che ci viene proposto da alcune domeniche, il discorso pronunciato da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, prosegue oggi con un brano (Giovanni 6,51-58) che insiste sul concetto-chiave: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno".

Invitando gli uomini di duemila anni fa a cibarsi della sua carne, Gesù non intendeva invitare all'antropofagia, neppure in senso simbolico; il termine "carne" designava una persona vivente (per dire che il Figlio di Dio si è fatto uomo, lo stesso evangelista usa l'espressione "Il Verbo si fece carne"). Mangiare di lui significa stabilire un'intima connessione con lui, una comunione di vita, un'amicizia profonda nel senso che a questo rapporto tra gli uomini davano anche i pagani: ?idem velle idem nolle?, diceva Sallustio, cioè due sono amici quando vogliono le stesse cose e non vogliono le stesse cose.
All'amicizia con lui, Gesù ha dato la forma visibile e sensibile dell'Eucaristia: che è dunque l'espressione da parte sua dell'offerta-invito a condividere la sua vita, a fare nostri i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la sua volontà, le sue prospettive per il futuro. Ecco perché nella celebrazione dell'Eucaristia, cioè nella Messa, la comunione è preceduta dal memoriale del suo sacrificio redentore e, prima ancora, dall'ascolto della sua Parola: per conoscere chi è, che cosa ha fatto e che cosa continua a dire Colui che si va ad accogliere sotto le specie del Pane, per vivere in pienezza la relazione con lui.
"Mangiare la carne" del Figlio di Dio comporta dunque anche non pretendere di essere più intelligenti di lui, di sapere meglio di lui come condurre la nostra vita; comporta il fare nostra la sua sapienza, che entrando nel mondo egli ha messo così largamente a nostra disposizione. Lo dice anche la prima lettura (Proverbi 9,1-6), con una plastica personificazione della Sapienza divina, immaginata costruirsi una casa tra gli uomini e invitarli a un generoso convito: "La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: ?Chi è inesperto venga qui!' A chi è privo di senno ella dice: ?Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l'inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell'intelligenza'".
Alla saggezza accenna anche la seconda lettura (Efesini 5,15-20): "Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi". E a queste parole l'apostolo Paolo aggiunge un esempio, una delle possibili concrete applicazioni: "...da saggi, facendo buon uso del tempo".
A proposito dell'uso del tempo: è proprio vero, pregi e difetti degli uomini non hanno età, nel senso sia che si riscontrano in ogni stagione della vita, sia che riguardano gli uomini d'oggi come quelli di duemila anni fa. Spesso non lo si percepisce, ma il tempo è un valore, e non banalmente per il detto popolare che il tempo è denaro. Il tempo è come un baule vuoto che ci è stato donato; dipende da noi che cosa metterci dentro: se nulla, se cose positive, se cose negative. Dando per scontata la seconda e la terza ipotesi, non sempre si considera la prima: a fronte delle tante belle cose che si possono fare, quanto tempo va perduto! Quante chiacchiere a vuoto, quante ore davanti alla tivù, quante letture frivole, quanti sbadigli! All'epoca di Paolo c'era evidentemente chi del tempo non faceva buon uso: il richiamo vale intatto anche duemila anni dopo. Almeno, per chi cerca la saggezza.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 6,41-51
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore

 

Omelia a cura dei "Missionari della Vita" ricavata dal sito http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180812.shtml :

 

Siamo ancora nella sinagoga di Cafarnao. Gesù ha appena detto di essere lui il pane vivo disceso dal cielo. E i giudei mormorano: ma che dice? come fa ad essere lui il pane del cielo? E poi lui viene dalla terra: conosciamo i suoi genitori! 

Mormorare è il verbo biblico tipico dell'incredulità di Israele nel deserto durante la marcia dell'Esodo: esprime crisi della fede, dubbio, lamentosa sfiducia. Vocaboli che esprimono l'atteggiamento di chi si appiglia a tutto, anche alla banalità, pur di non aprirsi alla fede.

Gesù sente attorno a sé fredda ostilità e scetticismo: è l'atteggiamento dell'Israele incredulo del deserto che ora si rinnova. Gesù anzitutto dice loro: non mormorate. Vale per tutti, sempre! Come a dire: non chiacchierate tra voi e dentro di voi, non riempitivi di vuote parole, non fermatevi a ciò che pensate di sapere e non assolutizzate i vostri dubbi che spesso sono solo una scusa per non aprirsi alla Verità. Non è solo lo sforzo personale di interpretazione delle parole di Gesù che le farà comprendere, ma una chiamata del Padre: ?nessuno può venire a me se il Padre che mi ha mandato non lo attira? (cf. Mt 16,17).

Per andare oltre questa incredulità è necessario aprirsi all'azione del Padre che ci istruisce agendo nell'intimo del cuore, chiamandoci ad una libera risposta: ma quante volte, per paura di cambiare o per orgoglio preferiamo non scendere nel cuore e diciamo ?no? a priori, nascondendoci dietro banali pregiudizi. Se i giudei desisteranno dalla loro mormorazione, che è indicativa del loro rifiuto di credere, e si apriranno alla mozione di Dio, egli li attirerà a Gesù... li renderà capaci di credere in Lui e quindi di possedere la vita eterna (J. Brown).

Gesù parla di attirare: Attirare è la parola dell'attrazione amorosa e interiore; essa descrive quella scintilla che s'accende tra due persone quando nasce l'amore. In Geremia Dio ha detto: Io ti ho attirato con la dolcezza(Ger 31,3). Il Padre ci attira a sé con l'amore, con quell'amore folle capace che ha spinto Gesù a farsi uomo e a dar la vita per noi morendo sulla croce. Dio Padre attira nell'intimo ogni uomo alla Verità piena, a Gesù. Ma ci vuole il coraggio di ascoltare e aprirsi a lui: ecco l'esperienza meravigliosa della fede. A chi vive questa esperienza, che è quella della fede, si apre un orizzonte straordinario: ?chi crede ha la vita eterna?. 


La manna mangiata nel deserto dal popolo d'Israele non lo salvò dalla morte. Era un pane donatogli da Dio, figura di un altro vero pane che Gesù ci ha portato. Il pane vivo disceso dal cielo, che dà la vita eterna, è Gesù stesso, il suo Corpo e il suo sangue che riceviamo nell'Eucaristia, la sua Parola che nutre la fame di Verità. Sì, è questo il pane che ci dà la vita eterna, la stessa vita divina: attraverso il pane eucaristico, noi entriamo nella vita di Dio, partecipiamo del suo essere, lui viene dentro di noi, trasformandoci in lui. È qui il di più, il segreto per affrontare anche ogni sfida della vitaQuante volte, specialmente quando affrontiamo problemi seri, ci piangiamo addosso, scontrandoci con i nostri limiti, non vendendo più alcuna via d'uscita. Tanta gente si fa del male con scelte autodistruttive perché non riesce a vedere oltre la propria debolezza: tante persone purtroppo pongono fine al loro matrimonio pensando non ci sia altra soluzione; o abortiscono perché pensano che da sole non ce la potranno fare; o lasciano il cammino di consacrazione arrendendosi alle prime difficoltà. Questo Vangelo grida: guarda che c'è una soluzione alla tua vita, c'è un cibo capace di nutrirti, di darti forza e speranza: apriti al Signore! E se ti apri a lui, scoprirai come Dio agisce in te ed è vicino a te, anche attraverso persone pronte ad aiutarti. Pensiamo alle anime consacrate, ai movimenti per la vita, ai cristiani ferventi pronti a darci una mano nel nome del Signore. Come l'angelo a Elia nella prima lettura, dobbiamo svegliare questa generazione, dicendo: non mormorare, non rinchiuderti nella tristezza. Se racchiudi l'orizzonte della vita entro le tue deboli forze, forse è vero: non ce la puoi fare. Ma se mangi quel pane celeste, avrai Dio in te e saprai andare oltre: oltre le difficoltà, oltre la morte stessa!

Gv 6,1-15

Distribuì a quelli che erano seduti quanto ne volevano.

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Parola del Signore

 

OMELIA DI MONS. ROBERTO BRUNELLI RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180729.shtml

Non c'è pace senza giustizia

Si è visto domenica scorsa Gesù commuoversi davanti alla folla accorsa a lui, paragonata a un gregge senza pastore, cioè bisognosa di una guida morale e spirituale. Il vangelo di oggi (Giovanni 6,1-15) esprime però anche la sua concretezza: "Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?" La domanda da lui rivolta all'apostolo Filippo è provocatoria: subito dopo egli compie uno dei suoi miracoli più noti, la moltiplicazione dei pani e dei pesci con cui sfama cinquemila uomini. Il prodigio è preludio - lo sentiremo le prossime domeniche - alla sua promessa di sfamare tutti gli uomini sul piano spirituale; ma realisticamente richiama l'attenzione sul fatto che a chi ha lo stomaco vuoto sarebbe vano fare bei discorsi: bisogna anzitutto soddisfare le sue necessità primarie. E' quanto da sempre fanno i missionari, che annunciano il vangelo ma insieme distribuiscono cibo, aprono scuole, fondano ospedali e ospizi. L'impegno dei missionari, tuttavia, per quanto encomiabile è una goccia nel mare del terzo mondo, dove milioni e milioni di persone soffrono letteralmente la fame, a fronte di quei paesi - tra i quali il nostro - che hanno i loro poveri, ma sono pur sempre in condizioni di incomparabile privilegio.
La sollecitudine di Gesù per la fame anche fisica della folla suona come un invito ai cristiani a prendere coscienza degli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo. "Mentre folle immense mancano dello stretto necessario, alcuni, anche nei paesi meno sviluppati, vivono nell'opulenza o dissipano i beni. Il lusso si accompagna alla miseria. E, mentre pochi uomini dispongono di un assai ampio potere di decisione, molti mancano quasi totalmente della possibilità di agire di propria iniziativa o sotto la propria responsabilità, spesso permanendo in condizioni di vita e di lavoro indegne di una persona umana. Conseguentemente si richiedono molte riforme nelle strutture della vita economico-sociale e in tutti un mutamento nella mentalità e nelle abitudini di vita": sono parole del Concilio Vaticano II, difficili da smentire, anche semplicemente considerando quanto costa un solo aereo da guerra, o l'ammontare spaventoso degli sprechi alimentari.? Il vangelo invita i cristiani a impegnarsi per rimediare alle storture del mondo. Non da soli, ma anzi collaborando con quanti condividono le stesse ansie, e però ricordando che il loro operato sarà tanto più efficace quanto più saranno uniti tra loro, nel vincolo della fede comune. Illuminante in proposito è la seconda lettura di oggi (Lettera di Paolo agli Efesini 4,1-6): "Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti".Ogni commento a questo splendido brano sarebbe superfluo; sia consentita tuttavia una sottolineatura. Dio, che è Padre di tutti, opera per mezzo di tutti. I cristiani dovrebbero avere una forse maggiore consapevolezza di essere strumenti con cui Dio interviene nel mondo, seguendo le indicazioni che Egli ci ha lasciato. In rapporto a quanto detto sopra, tra le tante indicazioni basterebbero due delle beatitudini (Matteo 5,3-12): "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia", e "Beati gli operatori di pace".

Per giustizia si intende ciò che è giusto davanti a Dio, il quale è Padre di tutti e vuole che i suoi figli siano trattati tutti allo stesso modo. Se no, lo si è visto tante volte, sono guai: senza giustizia non ci può essere pace, né tra i singoli, né tra le classi sociali, né tra i popoli.

 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore

 

Omelia di mons. Roberto Brunelli ricavata dal sito: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180722.shtml

La prima delle letture di oggi è tratta dal libro di Geremia (23,1-6). Parlando a nome del Dio d'Israele, il profeta minaccia guai ai cattivi pastori del suo popolo, e secoli prima che effettivamente si presenti preannuncia l'arrivo di un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, il quale a sua volta ne avrebbe mandati altri simili a lui.
La profezia, è facile capirlo, si è avverata con Gesù. Il brano del vangelo (Marco 6,30-34) per quanto breve consente di cogliere due volte l'atteggiamento di un autentico pastore, la sua sensibilità, la delicatezza dei suoi sentimenti, l'attenzione alla situazione difficile di chi si trova davanti.
La prima volta riguarda i suoi apostoli. Al ritorno dalla missione di cui abbiamo sentito domenica scorsa, essi gli riferiscono del loro impegno; egli ne avverte la fatica, e li invita: "Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'". Quale umanità! Gesù non tratta i suoi collaboratori come dipendenti da sfruttare, e se si stancano, peggio per loro. Vengono alla mente, per contrasto, le tante pagine della storia che parlano dell'asservimento cui sono stati sottoposti da altri uomini un numero incalcolabile di sventurati: gli schiavi, ad esempio. E la schiavitù non è morta, neppure in un paese che si ritiene civile come il nostro; basti pensare alle frequenti scoperte (ma quanti altri casi restano sconosciuti?) di laboratori clandestini, in cui sono segregati uomini e donne, anche giovanissimi, costretti a lavorare quindici ore al giorno e a trascorrere le altre nello stesso ambiente, senza mai uscire; basti pensare alle giovani straniere costrette, spesso con la violenza, al più degradante dei "mestieri". Quando l'uomo si lascia prendere dal demone del danaro o del potere non si ferma neppure davanti alle sofferenze dei propri simili, perde quel sentimento che è bene espresso da una parola derivata dal latino cristiano, compassione, cioè la capacità di farsi carico dei patimenti altrui.

"Venite in disparte, riposatevi un po'": Gesù e gli apostoli sono in riva al lago; salgono in barca, diretti a un approdo solitario, ma quando vi giungono trovano tanta gente che, intuendo le loro mosse, li ha preceduti. "Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose". Questo secondo esempio della sensibilità di Gesù non riguarda la fatica di chi ha bene operato, ma lo smarrimento di chi non sa come operare, il gregge disperso dei tanti uomini in cerca di una guida, di chi sappia dare alla loro vita un senso, una direzione, una meta. E' lo smarrimento di quanti si interrogano, senza trovare risposta, sul perché sono al mondo, sul perché del loro quotidiano tribolare, e allora o trascinano abulici i loro giorni, o si ingolfano in esperienze spesso deludenti quando non addirittura autolesionistiche, o si crogiolano in perpetui lamenti, o si chiudono in una malinconia che talora sconfina nella disperazione. O, magari, sono proprio quelli che pensano di motivare la loro esistenza cercando di dominare sugli altri.
Eppure, per uscire dalle secche la guida c'è. "Si mise a insegnare loro": chi ha accolto questi insegnamenti sta a dimostrare quanto siano saggi, anzi essenziali per la vita degli uomini; insegnamenti capaci di valorizzare il meglio della nostra umanità, di orientare a una vita piena e appagante, lontana tanto da illusori lustrini e paillettes quanto da deprimenti ombre e tenebre. La guida c'è; c'è il pastore, anzi il "buon" Pastore, per chi è tanto accorto da sceglierselo come guida. Un Pastore tanto sollecito da disporre, per tutte le generazioni, altri pastori incaricati di continuare la sua opera: sono i successori di quei primi da lui stesso inviati, e poi invitati a riposare. Riposare "un po'", per riprendere subito dopo, con nuova lena e rinnovata fedeltà, la missione ricevuta

 

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 6,7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.Parola del Signore

 

OMELIA DEL MOVIMENTO APOSTOLICO-RITO ROMANO RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180715.shtml

Secondo l'Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l'uno rialza l'altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C'erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione

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Mer Ago 22 @08:00
Ritiro dei "Servi della Sofferenza" a San Giovanni Rotondo
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Ven Ago 24 @08:00
Pellegrinaggio a Medjugorje -sede di Buronzo
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